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Il regista Adrian Maben torna a Pompei con una mostra di successo. L'intervista

POMPEI - Torna a Pompei, tra l’entusiasmo degli addetti ai lavori e dei fans, il famoso regista del live girato nel 1971 con la collaborazione dei Pink Floyd, ossia Adrian Maben, e lo fa, alla sua maniera, organizzando una mostra contenente ben 280 scatti estrapolati dal film medesimo. La rassegna è stata ricavata all’interno del Palazzo De Fusco in Piazza Bartolo Longo all’ingresso della Fonte Salutare e rimarrà aperta al pubblico fino al 31 agosto ogni giono dalle 16.30 alle 20.30 . Il regista scozzese, ma naturalizzato francese, si è offerto alle domande del cronista di turno che si è avvalso dell’intervento di Alfredo Contaldo nel ruolo di traduttore, dimostrando disponibilità ed affabilità. 

Perché hai scelto proprio i Pink Floyd per girare il film ed il sito di Pompei?

“Il film è stato girato nel 1971 ed è nato perché da tempo c’era l’intenzione di realizzare un progetto cinematografico con la band londinese. Una sera, capitato nell’anfiteatro di Pompei, mi resi conto che il sito era idoneo per sviluppare le riprese tanto ambite: presentai l’idea al quartetto anglosassone che lo trovò interessante e, di conseguenza, la risposta fu affermativa. L’importante era non confondere il nostro live con Woodstock, perché non ci doveva essere il pubblico presente, ma soltanto il complesso musicale che suonava ripreso dalle nostre telecamere”.

Sembrerebbe il connubio perfetto tra due mondi diversi, ma forse molto vicini tra loro...

“In effetti si è trattato di un matrimonio fra due realtà, ossia il sito archeologico e la musica dei Pink Floyd e si sono creati così, i presupposti per un nuovo spirito, un nuovo modo di guardare ai templi, alle strade ed all’anfiteatro. E’ nata insomma una sinergia tra i Pink Floyd, che ancora non erano al culmine del successo, con quell’anfiteatro particolare che si è dimostrata essere un vero e proprio trampolino di lancio per il futuro grandioso della rock band”.

Perché una mostra dopo oltre quarant’anni?

“Il tempo ha inciso tantissimo, perché, dopo oltre quarant’anni, mi è sembrato un periodo adatto per ritornare sugli stessi luoghi dove era stato girato il film nel 1971, ma, naturalmente, la mostra, non ha semplicemente lo scopo di illustrare la pellicola, ma vuole altresì testimoniare, un cambiamento che avviene, nel sito di Pompei. Pompei di oggi non è la Pompei dei primi anni ‘70, e, in qualche maniera, tale aspetto è evidenziato in un settore specifico della rassegna di foto. Ma la Soprintendenza sotto la guida di Massimo Osanna e con l’aiuto dei fondi europei continuerà a lavorare per il Grande Progetto di Pompei affrontando i problemi con coraggio ed intelligenza”.

Come hai organizzato il lavoro della mostra?

“Pur potendo contare sulle strutture e le attrezzature alle quali sono solito appoggiarmi in Francia a Parigi, c’è stata una mia precisa volontà di sviluppare l’esibizione degli scatti con maestranze locali. A Scafati infatti, ho trovato un centro fotografico che utilizza una vetusta macchina per stampare le foto in maniera tradizionale, adoperando carta fotosensibile ed è stato per me motivo di soddisfazione lavorare, potendo contare su tale laboratorio. Anche perché ho realizzato alcune cornici poste poi sui muri, sfruttando il concetto di ‘arte povera’ e, in effetti, la soluzione adottata, si è rivelata, molto interessante, perché non ruba alcuna attenzione all’immagine, contornandola comunque, rifinendola in maniera molto semplice, esaltando al meglio le immagini del concerto girato nell’anfiteatro di Pompei. Una nota di merito va all’artista Flavia Soprani autrice di cinque nuove tavole che derivano dai brani del film ossia Echoes, A Saucerful of secrets etc”.

Una caratteristica che hai potuto notare e verificare durante le riprese del film ed in generale della mentalità italiana…

“Nell’affrontare i problemi, nell’arrivare all’ultimo istante, nell’ottenere l’obiettivo finale, la risposta era sempre la stessa, ossia: ‘Non ti preoccupare’. Sono rimasto al contempo stressato e meravigliato da tale atteggiamento, in quanto, alla fine, quanto progettato ed ideato, veniva sempre posto in essere nel migliore dei modi sebbene una sorta di improvvisazione creativa, cozzava e cozza tuttora, con il mio modo di pianificare il tutto senza lasciare niente al caso”.

Adrian Maben ha poi ringraziato la passione ed il lavoro de: I ragazzi degli scavi, così denominati perché durante il live s’intrufolavano nel sito per giocare tra di loro, il Comune di Pompei sindaco Ferdinando Uliano in testa, l’assessore Pietro Amitrano, e l’addetto stampa Emiliana Cirillo che hanno accolto benevolmente la proposta del regista dando l’ok alle operazioni, l’indefessa laboriosità ed operatività de: I Lunatics e inoltre ha ricordato il compianto tastierista Rick Wright scomparso il 15 settembre del 2008 a causa di un male incurabile. E chissà che, con un po’ di fortuna, prossimamente. i componenti di quel complesso musicale non si faranno vivi proprio in quell’anfiteatro che è diventato ancora più famoso dopo il film!!!

 

Gilberto Farina

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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