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La capra di città e la pecora di campagna

La classe non è acqua. Ma chi lo ha detto. Lo è. Ed anche sporca, a volte. Ed ecco, quindi, che vestirsi di tutto punto per fare bella figura è cosa di altri tempi. Mostrarsi piacevoli alla vista e magari anche con qualche contenuto all’interno è roba vintage. Per i puri di spirito. Siamo tornati al sessantottismo rivisitato in chiave trepuntozero. E allora via libera al lecitismo, che mi vien voglia di pensare sia un termine possibile per descrivere questa ansia di libertà. Questa voglia di fare tutto e subito, qui e ora, dove si vuole e meglio mi sento. Deve aver pensato di essere sul sofà di casa davanti alla tv la gentile signora in stivalone nero mezza coscia a fasciarle la longilinea figura due mattine fa in tribunale. Si sa, lì il red carpet è quasi d’obbligo per alcuni. Il tacco 12 è tra gli annessi indispensabili insieme alla cartella di cuoio e al fascicolo in tinta. La toga? Con gestualità da teatro viene poggiata sulle spalle con quel calare quasi osé se che finisce di solito per tendere sinuosamente a mezza schiena. Insomma, un decolleté legale. Ma torniamo alla donzella, che impegnata in una vieppiù interessante conversazione telefonica ha pensato prima di sedersi in corridoio sul divanetto nero due posti. Poi, ha accavallato le gambe. Infine, le ha distese su quella invitante copertura in finta pelle incrociando le sue signorili estremità. Nessuno, intorno, le ha chiesto se stesse abbastanza comoda o se avesse anche bisogno di un caffè al vetro e, peggio, nessuno si è stupito. Eppure, un magistrato donna il giorno prima aveva tirato le orecchie ad un teste in piedi in aula forse solo un po’ imbarazzato intimandogli un sonoro “Tolga le mani dalle tasche”. Non solo perché poteva nascondere un qualsiasi oggetto utile ad offendere. Perché non è passata in corridoio il giorno successivo? Quel “Tolga i piedi dal divano!” sarebbe stato il giusto monito in quel corridoio affollato. Eppure è pieno il mondo di gente che quando viaggia si lamenta sui social di quei pendolari cafoni in treno, delle loro scarpe sui sedili. O dei senzatetto addormentati sulle panchine. Certo. A chiacchiere. Ma adesso, se volete, vi racconto la fine della storia. Poco dopo e sulla strada periferica di casa, una scena simile. In versione bucolica e quindi open air. Alla prima curva, una pecora mi osserva. A poche zampate da lei, un altro paio di quadrupedi lanosi attraversano la carreggiata. Mi fermo. A destra, nella campagna, centinaia di sereni e ruminanti ovini. Soli. Mi chiedo dove sia l’allevatore, che forse non si è accorto del pericolo. Gli sfuggono gli animali a cui badare e lui dov’è? Ma certo, eccolo, l’ho messo a fuoco. Non poteva che essere lì, deja vu del palazzo di giustizia. Appoggiato ad un albero, seduto con le gambe incrociate, viso al sole e spalle alla strada. Intento a far traffico sul cellulare. Succeda quel che succeda, si suicidino le capre e i montoni, lui era in un altro mondo. Il pastore come la donzella griffata. Non so chi fosse più burino, per dirla alla ciociara maniera. Ma se questo è il lato democratico della maleducazione, abbiamo raggiunto il livello massimo. Qui si vola in business class, ragazzi.

Rita Cacciami

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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