Cambiare Pd a Frosinone, Fantini: ora ascoltiamo territori e mondo del lavoro


Cambiare Pd a Frosinone, Fantini: ora ascoltiamo territori e mondo del lavoro

FROSINONE - «Care compagne e cari compagni», lei ha esordito così nel suo discorso alla convention di Andrea Orlando e Nicola Zingaretti, l'altra domenica all’Eliseo. Come mai?
«Ho riflettuto molto sulle parole con cui iniziare il mio intervento. E ho scelto quelle perché mi piaceva l’idea di richiamarci tutti; di richiamare le radici di ognuno di noi perché questa è una delle più grandi ragioni per cui ho deciso di essere all’Eliseo: perché voglio che questo partito torni ad essere la casa di tutti; della tradizione comunista, di quella socialista, di quella cattolica e popolare. Questo partito deve tornare ad essere la grande casa comune di tutti coloro che sono animati da un autentico spirito progressista e riformista».
La “grande casa” ha perso pezzi, ultimamente...
«Quello che abbiamo fatto in questi tre an­ni, quello che ha fatto il nostro partito, il segretario del nostro partito, è stato allonta- nare, non tanto le persone perché quel­­le so­no andate via da sole lentamente, Ma abbiamo allontanato le idee diverse, senza dar loro cittadinanza, ascolto; con la pretesa di avere sempre la verità dalla nostra parte. In effetti è accaduto con pez­zi del nostro partito, con i territori, con il mondo del lavoro, anche con le nostre migliori esperienze di governo. Ciò che più è mancato in questi anni è stata la capacità di ascolto della realtà del Paese, perché ogni volta c’era la necessità di piegarla ai bisogni della comunicazione sui social network, dei tweet e delle fotografie patinate. In questi anni abbiamo sostenuto il Segretario Renzi con la lealtà che si deve sempre al segretario del proprio partito. Così come abbiamo sostenuto il governo di cui rivendichiamo i risultati. Ora, però, nel congresso dobbiamo dirci tutto quello che non ci siamo detti in questi  anni, sia perché così è giusto fare in una grande comunità politica, sia perché non possiamo fare un congresso sul posizionamento tattico del gruppo dirigente».
Nonostante Renzi non sia certo un vecchio, c’è una questione giovanile che deriva dal suo incarico di segretario regionale GD?
«Abbiamo lanciato un appello, pochi gior­ni fa, insieme a tante ragazze e ragazzi under 35. Un appello ai giovani, alla mobilitazione, alla partecipazione, a farsi a­vanti, un contenitore di idee che si chiama “Generazione Y”. La generazione y è la cosiddetta “next generation”, sono i millennials, siamo noi. Quelli nati tra i primi anni ’80 e il 2000. Si tratta della generazione che i sociologi descrivevano come orientata all'ottimismo verso il futuro, all'ambizione, alla tolleranza, all'intraprendenza, alla testardaggine. Poi è arrivata la crisi economica e gli stessi sociologi han­no cominciato a paragonare la generazione Y alla lost generation degli anni ven­ti. La nostra è una generazione piena di contraddizioni. Siamo la generazione più formata di tutti i tempi, ma anche la più precaria, sia­mo la generazione che si è vista macinare davanti agli occhi la possibilità di progettare il proprio futuro. Siamo la generazione che porta le ferite più profonde della crisi economica».
Un punto di vista ed una condizione da trasmerrere al congresso che sta per iniziare?
«Come generazione y proveremo in queste settimane a raccontare tutte queste contraddizioni, a dare voce a chi non ce l'ha. Vogliamo riempire la mozione con i contenuti della nostra generazione, con le sue parole d’ordine. Questa è stata una scelta molto difficile, per ognuno di noi, perché abbia­mo fatto una scelta di forte autonomia rispetto alle nostre provenien­ze, ai nostri riferimenti, ma è stata anche una scelta fortemente consapevole e voluta. L'ho detto prima, in tengo a sottolinearlo: questo non è il tempo dei tatticismi e delle posizioni di comodo»!
Poi c’è il Pd che deve... cambiare verso sul serio.
«Serve un partito vero, radicato sul territorio, che ci metta nelle condizioni di cancellare le diseguaglianze, che ci faccia leggere per tempo i mutamenti della società. Non possiamo renderci conto la sera del 4 dicembre che abbiamo appena subito una delle più grandi sconfitte elettorali degli ultimi anni. Lo voglio dire perché dentro l’organizzazione giovanile abbia­mo analizzato a fondo le ragioni di quella sconfitta, ma il nostro partito non l’ha mai fatto! Il Paese con quel voto ci ha consegnato il risultato di una serie di fenomeni che non abbiamo voluto vedere perché dovevamo raccontare che andasse tutto be­ne. Con questo congresso dobbiamo cambiare perché altrimenti alle prossime politiche pagheremo caro gli errori che abbiamo commesso e a cui qualcuno non vuole porre rimedio».
Intanto ci sono i Cinquestelle che i sondaggi danno come il primo partito del Paese. Una prospettiva difficilmente contrastabile.
«In questi anni abbiamo risposto ai populismi e all’antipolitica con ancora più antipolitica e più populismo. Il nostro partito non può dire, come è stato fatto durante la campagna referendaria, che i consigli regionali e le regioni sono i luoghi più colpiti dalle inchieste, non si può dire, come ha fatto Emiliano pochi giorni fa, che bisogna abolire gli stipendi dei politici. Non lo si può dire per due ragioni: la prima, perché così la politica la potranno fare so­lo i ricchi e, se sei di sinistra, una cosa del genere non la puoi nemmeno immaginare; e la seconda ragione è che questa democrazia degli scontrini ha consegnato Roma alla Raggi e rischia di consegnare l’Italia a Di Maio e Grillo».
Quale strategia secondo lei il Pd deve perseguire?
«Noi dobbiamo rivendicare con forza l’importanza dei partiti e del primato della politica, delle organizzazioni di rappresen- tanza sociale, la loro funzione di trasformazione e avanzamento della società perché solo così saremo in grado di ridurre la distanza che c’è tra i cittadini e la politica. E in questo ragionamento, un capitolo a sé, lo fa l’organizzazione giovanile. Io credo che la nostra mozione dovrà dire delle cose chiare rispetto al ruolo della giovanile nella vita del Partito Democratico. Si tratta di un patrimonio enorme, di politica genuina, di energie e di idee nuove che abbiamo il compito di valorizzare e mettere a frutto. Aver smesso di farlo è stato un clamoroso errore. Se l’avessero fatto in passato probabilmente oggi non avremmo avuto dirigenti del calibro di Gianni Cuperlo, di Nicola Zingaretti, di Andrea Orlando. Non avremmo avuto un grande pensatore, non avremmo avuto la migliore esperienza di governo regionale del centro sinistra e non avremmo avuto uno dei migliori ministri della Giustizia che questo Paese ricordi».

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