Roccasecca, quell’antico reperto romano scambiato per il brigante Papone


Roccasecca, quell’antico reperto romano scambiato per il brigante Papone

ROCCASECCA - Qualche giorno fa un noto quotidiano della provincia di Frosinone ha dato la notizia a caratteri cubitali con tanto di “richiamo” in prima pagina: i militi dell’Arma hanno recuperato nella campagna di Roccasecca la testa di Papone. Di sabato mattina, non avendo impegni lavorativi, solitamente mi trattengo un po’ di più a letto. Ma quel giorno, a causa delle continue telefonate, ho dovuto alzarmi e cominciare la  consueta manfrina con quel dannato aggeggio depositato sul padiglione auricolare. E, cosa ancora più noiosa, cercare di convincere i miei numerosi interlocutori che non è mai esistita al mondo alcuna testa di Domenico Colessa, alias il brigante Papone. Operazione non proprio facile ad onor del vero, a causa della credibilità di quella storica testata e del grande risalto dato alla notizia. Ma, alla fine, sono riuscito nell’impresa anche perché, pur senza aver ancora letto l’articolo in questione, ho spiegato l’arcano che aveva originato il curioso ma grossolano equivovo. Quella che i solerti carabinieri della stazione di Roccasecca avevano rinvenuto dopo lunga e difficile ricerca non era (né logicamente poteva essere) la testa del brigante Papone, bensì una testa di leone di chiara epoca romana, che era stata trafugata nottetempo qualche decennio fa da Caprile, dove era adagiata su di un muretto prospiciente la strada provinciale che da Roccasecca, in leggero pendio, conduce a Castrocielo. E la cui clamorosa scomparsa, a suo tempo, era stata denunciata proprio ai carabinieri della locale stazione. Ma come si fa a scambiare un antico reperto romano, vecchio di tanti secoli, con la testa di un personaggio vissuto nella prima metà del XVII secolo e che nella sua breve ma travagliata esistenza con le belve equatoriali non ha mai avuto niente a che spartire? E’ presto detto: a causa di una radicata ma inverosimile tradizione popolare che ha sempre identificato quella testa di leone con il brigante Papone, sicuramente la maggior “gloria” di Caprile, di cui quest’anno, ironia della sorte, ricorre il 410° anniversario della nascita. E così, spiegato il “mistero” (che poi a ben vedere proprio tale non è), con buona pace di qualche ora di sonno ormai andata irrimediabilmente perduta, mi sembra il caso di dare qualche breve cenno biografico del nostro che, sicuramente, non ha avuto la criniera di un leone ma che, in quanto a coraggio ed ardimento, non è stato secondo a nessuno. Domenico Colessa è nato il 29 settembre del 1607 a Caprile di Roccasecca ed era un povero guardiano di capre. Ben presto Papone (così iniziò ad essere chiamato) abbandonò il suo infimo mestiere e diventò gendarme del duca Boncompagni. Nel 1646 fu arrestato e rinchiuso nelle carceri napoletane perché colpevole delle razzie compiute nelle campagne del Lazio meridionale. Fuggì di prigione il 7 luglio 1647, profittando della sommossa di Masaniello a Napoli, e si diede alla macchia. Da questo preciso istante ebbe inizio la sua “carriera” brigantesca. Papone tornò nel basso Lazio e si unì a Giuseppe Arezzo di Itri, che aveva alle sue dipendenze 400 briganti, rendendosi protagonista di ripetute scorrerie fra il golfo di Gaeta e gli Abruzzi. Riuscì persino ad impossessarsi di città quali Itri, Fondi, Sperlonga, Sora e San Germano (Cassino), occupando praticamente l’intero territorio e facendosi chiamare “Generale della Serenissima Repubblica Napoletana”. Quindi continuò, praticamente incontrastato, la sua marcia verso sud. A Teano, però, gli abitanti opposero una fiera resistenza e i briganti dovettero ritirarsi. Prostrato dall’insuccesso Papone si rifugiò nel ducato Romano. Qui entrò in contatto con l’ambasciatore francese a Roma, che gli prospettò la possibilità di appoggiare l’invasione del napoletano e lo nominò “Colonnello Comandante del rivoluzionario popolo napoletano”. Papone si impegnò a reclutare uomini per la causa antispagnola. Le sue mosse, però, non sfuggirono alle forze regie del conte Ercole Visconti che, a San Giovanni Incarico, sbaragliò definitivamente i briganti. Papone riuscì  a fuggire ma fu arrestato poco tempo dopo a Rieti. Nelle carceri napoletane, sottoposto a tortura, ammise di aver agito contro la monarchia spagnola in combutta con i Francesi. Accusato di lesa maestà venne condannato a morte. La sentenza fu eseguita il 26 agosto 1648 nella Piazza del Mercato, mediante “arrotamento e squartamento”. Il capo fu condotto a Sora mentre le membra furono appese alle porte di Caprile e dei paesi vicini dove restarono per parecchio tempo a testimoniare quale fosse la fine riservata a coloro che si arrogano il diritto di comandare popoli e sottomettere terre, sostituendosi alla legittima autorità. Una esistenza breve quella di Papone (quando fu giustiziato aveva soltanto 41 anni) ma significativa tanto è vero che qualcuno chiamò “Repubblica Paponiana” quel tentativo effimero ma coraggioso di affrancare il Regno di Napoli dal vicereame spagnolo. L’associazione “Amici per Caprile”, sta preparando un grande evento per ricordare degnamente cotanto personaggio, in occasione della particolare ricorrenza.  Intanto, di qui a qualche giorno, quella pesante testa di leone, recuperata dai carabinieri e consegnata al sodalizio caprilotto, sarà collocata all’interno della chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie. Ed è singolare il fatto che quel reperto romano, identificato con il brigante, trovi posto proprio nel tempio dove Papone  è stato tenuto a battesimo quattro secoli fa. Ma la storia, si sa, riserva spesso delle clamorose sorprese. Come quella strana testa animalesca che, per magìa, ha assunto sembianze umane.                      

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