Il “Bollettino della Vittoria” conseguita grazie al bagno di sangue dei “terroni”


Il “Bollettino della Vittoria” conseguita grazie al bagno di sangue dei “terroni”

CASSINO - Nel nostro paese, ogni anno, il 4 novembre si celebra la “Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate”. Una ricorrenza che fino a qualche tempo fa era cerchiata di rosso sul calendario ma che oggi è considerata una normale giornata lavorativa. Ma perché è stato scelto proprio il 4 novembre? Perché il 4 novembre del 1918, e quindi esattamente 99 anni fa, il generale Armando Diaz, comandante in capo del regio esercito, annunciava la vittoria dell’Italia nella prima guerra mondiale e la conseguente sconfitta dell’impero austro-ungarico e del suo alleato tedesco. Per comunicare alla nazione la lieta novella (che poi tanto lieta non era considerato soprattutto il numero elevatissimo delle vittime registrato nel corso dell’immane conflitto) fu varato il cosiddetto “Bollettino della Vittoria”, quel testo che ancora oggi viene letto qualche volta in occasione della ricorrenza del 4 novembre. Il cui autore non fu il generale Diaz bensì il suo parigrado Domenico Siciliani, capo dell’ufficio stampa del comando supremo del Regio Esercito. Questo il testo del “Bollettino”: “Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12, bollettino di guerra n. 1268. La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza. Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito”. Un testo magniloquente, gonfio di retorica, tutto teso ad esaltare la vittoria e il coraggio dell’esercito italiano che, dopo la disastrosa rotta di Caporetto del novembre 1917, aveva assolutamente bisogno di un successo che potesse risollevare le sue sorti e, soprattutto, il suo morale. Fu proprio la sconfitta di Caporetto, la più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano (ancora oggi, quando si vuole indicare una sconfitta senza attenuanti, anche in ambito calcistico, si usa comunemente il termine “Caporetto”), che determinò la sostituzione del generale Luigi Cadorna con il napoletano Armando Diaz. Una mossa che ottenne gli effetti sperati visto che, l’anno seguente, arrivò l’agognata vittoria. Dopo la fine della guerra in tutti i comuni d’Italia venne affissa una lapide contenente il testo del “Bollettino della Vittoria”. E fu soprattutto questa imponente operazione di “marketing” che fece diventare il generale Armando Diaz, prontamente nominato “Duca della Vittoria”, una sorta di eroe nazionale. In molte di quelle targhe il testo finiva con le parole “firmato Diaz”. E ciò indusse molti a credere che “firmato” fosse il nome del generale. Ecco perchè, subito dopo la guerra, nel nostro paese, dove il tasso di analfabetismo era ancora molto rilevante, si diffuse il nome di battesimo di “Firmato”, che talvolta troviamo anche nella versione “Firmino”. E tutto ciò per omaggiare il generale-eroe che aveva portato il paese alla vittoria. La prima guerra mondiale fu di sicuro uno dei conflitti più sanguinosi della intera storia dell’umanità. Ed è per questo che quando si parla di quegli eventi si usa comunemente il termine di “Grande Guerra”. Difficile, se non impossibile, fare un calcolo esatte delle vittime. Le stime, al riguardo, oscillano tra i 17 ed i 65 milioni di morti, anche se un calcolo preciso non potrà mai essere fatto. Una cosa comunque è certa: si trattò di una vera e propria ecatombe che coinvolse non soltanto gli eserciti delle tante nazioni che vi presero parte (ben ventidue sull’uno e sull’altro fronte) ma anche la popolazione civile. L’Italia, che alla fine si aggiudicò il conflitto, pagò un prezzo elevatissimo in termini di vite umane: i caduti militari, infatti, furono 651 mila mentre le vittime civili 589 mila, per un totale di un milione e 240 mila morti. Se consideriamo che negli anni in cui si svolse il conflitto (1915-1918) la popolazione del nostro paese era di 35,6 milioni, è facile dedurre che le vittime rappresentarono il 3,48 dell’intera popolazione. Una percentuale che è tra le più elevate tra tutte le nazioni che presero parte alla guerra. Soltanto la Francia con il suo milione e settecentomila morti e, sul versante degli Imperi Centrali, la Germania con i suoi due milioni e mezzo di morti, hanno fatto registrare percentuali di poco superiori alla nostra. E poi non possiamo dimenticare il numero elevatissimo di feriti e di mutilati, sia tra i militari che tra i civili. Si trattò, insomma, di una vera e propria mattanza che fece inorridire il mondo intero. Tornando alle nostre vittime va detto che in gran parte si trattò di ragazzi del Sud che lavarono con il loro sangue le pietraie del Carso e i dirupi dell’Altopiano, dando la vita per una patria che non avevano mai conosciuto. «Ogni anno si celebrano con enfasi insensata le ricorrenze della Prima Guerra Mondiale, ma da nessuna parte si sente dire che l'assoluta maggioranza delle vittime era gente del Sud - così afferma Lorenzo Del Boca, autore nel 2016 di un libro bellissimo da titolo “Il sangue dei terroni” edito da Piemme -. Un’intera generazione spazzata via. Figli del meridione, contadini poveri, braccianti, piccoli artigiani, quasi per metà analfabeti, giovani di vent’anni che furono strappati alle loro famiglie e alla loro terra e mandati a morire in lande remote, tra montagne da incubo e pianure riarse. Si sacrificarono per gli interessi di quelle élite economiche che sfruttavano la loro terra e per il tornaconto di una nuova classe politica che li trattava con ferocia o disprezzo. Finirono a decine di migliaia nelle trincee, stretti nella morsa del fango e del gelo, sotto una pioggia perenne di bombe. Diventarono carne da cannone, numeri da inserire nelle statistiche dello Stato Maggiore, bandierine che i generali spostavano sulle mappe con noncuranza. Vennero massacrati sull’Isonzo e a Caporetto, combatterono con disperazione e con valore sul Piave, lanciati contro un nemico che non conoscevano e che non avevano motivo di odiare. Conobbero la paura, la morte, l’eroismo. Erano i nostri nonni, i nonni del nostro Sud. Era l’esercito dei terroni».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Terza pagina
 

Articoli correlati


Nella stessa categoria