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Foibe, in tanti hanno preferito ignorare e chiudere gli occhi

Oggi, 10 febbraio 2018, si celebra un altro “Giorno del Ricordo”, ricorrenza che qualche anno fa, era il 2004, una legge dello Stato ha ufficializzato “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. E’ evidente che in tutta la dicitura che abbiamo testè fedelmente riportato, quel che inquieta di più è sicuramente il termine “foiba”. Un termine che, fino ad una manciata di anni fa, era quasi del tutto sconosciuto ai più, per lo meno nella sua drammatica contestualizzazione storica. Chi invece ebbe molto a che vedere con le “foibe” furono gli abitanti italiani dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia, che sperimentarono, ahimè sulla loro pelle, quanto oscure, profonde e lugubri fossero quelle orride fenditure carsiche. Spulciando tra le carte dell’Archivio Storico della Farnesina, a Roma, ho rinvenuto una interessante relazione del Tenente di Vascello Carlo Ghelleri, datata 30 luglio 1945. Una data significativa perché da poche settimane si era conclusa l’occupazione titina di Trieste e, quindi, l’infoibamento indiscriminato degli italiani. Quella del tenente Ghelleri è una delle primissime testimonianze della mattanza consumata ai danni degli italiani. «Quasi tutte le foibe del Carso e dell’Istria furono adoperate dalla ferocia dei partigiani slavi. Tali foibe ascendono a circa 2.000 ma è facile comprendere che furono adoperate maggiormente quelle più profonde e che hanno l’apertura verticale: di queste si calcola che ne esistano un migliaio. I lavori di riesumazione delle salme continuano ed hanno portato alla luce finora numerose centinaia di cadaveri, fra i quali si procede alla identificazione. Venne richiesto di estendere tali ricerche anche altrove. Ma è necessario che il governo italiano intervenga ufficialmente per poter effettuare i sondaggi non solo nelle foibe che esistono in territorio attualmente sotto la giurisdizione alleata ma anche in quelle che si trovano in territorio sotto l’amministrazione slava e cioè attraverso la Croce Rossa Internazionale. In alcuni posti è necessario non lasciare passare molto tempo perché l’acqua corrente smembra, corrode e porta via i cadaveri. Ultimamente gli inglesi portarono a Trieste un uomo di Fianona (Albona) che è riuscito a salvarsi miracolosamente da una foiba nei pressi di Pola. Egli raccomtò quanto segue: “Fu arrestato con altri venti compagni e condotto in una casa isolata dove lui ed i suoi compagni furono flagellati (sono testimoni le sue cicatrici che furono fotografate). Sei di loro furono portati sull’orlo della foiba (erano circa le due del mattino). A tutti e sei furono legate le mani dietro la schiena con un filo di ferro e quindi appesa una grande pietra. Al primo dei sei fu ordinato di gettarsi nella foiba e fu spinto. Il secondo che era lui si oppose all’ordine di gettarsi giù. Alcuni colpi di mitra sparati contro di lui devono aver spezzato il filo. Sentendosi le mani più leggere egli si buttò nel pozzo e nuotando con le gambe riuscì a spostarsi dal centro del pozzo. Tutti gli altri suoi compagni caddero ed annegarono dopo di lui. Finito il lavoro di infoibamento i partigiani spararono vari colpi di mitra nel pozzo e vi gettarono una bomba a mano. Egli però rimase illeso. Con molti sforzi egli riuscì a liberarsi dal filo di ferro che gli legava le mani e si arrampicò dal pozzo e raggiunse la sua casa dove si nascose. Si presentò alcuni giorni dopo l’occupazione di Pola agli inglesi che lo portarono a Trieste, lo fotografarono e gli fecero scrivere una dichiarazione». Un documento di una chiarezza estrema che attesta in maniera semplice ma estremamente significativa, ciò che accadde in quei giorni drammatici nel martoriato versante occidentale del nostro paese, dove si scatenò, come già accaduto nel settembre del 1943, una brutale e spietata “caccia agli italiani”. Per tanto, troppo tempo, di quei drammatici accadimenti non si è parlato. Anche per celare o minimizzare scomode connivenze. Eppure, come dimostra senza pecca quel documento sopra riportato, già qualche giorno dopo il verificarsi di quei fatti (la relazione del Tenente di Vascello Ghelleri è datata luglio 1945), era stata resa nota la triste sorte che i partigiani slavi di Tito avevano riservato a tanti italiani. E accanto alla relazione Ghelleri nell’archivio storico del nostro Ministero degli Esteri ne sono conservate tantissime altre, tutte dal contenuto inequivocabile. Quindi non è vero che nessuno sapeva... Forse è più giusto dire che in tanti hanno preferito ignorare oppure chiudere gli occhi davanti ad un così enorme misfatto. Da 14 anni, ormai, lo Stato Italiano ha istituzionalizzato il “Giorno del Ricordo”. Ma siamo ancora a metà del guado. Tanta ancora è la strada da compiere per giungere, finalmente, ad un ricordo che sia condiviso da tutti, mettendo da parte assurdi condizionamenti di natura politica ed ideologica. Dovranno però passare parecchi “giorni del ricordo” prima che ciò accada. Anche perché le resistenze sono forti, anzi fortissime. Eppure quei poveretti che sono morti senza alcuna colpa, se non quella di non voler rinunciare alla loro italianità, aspettano da decenni di veder riconosciuto storicamente il loro sacrificio. Un riconoscimento che a causa di tante bugie, omissioni ed atteggiamenti omertosi tarda ancora ad arrivare. Ma, prima o poi, quel giorno verrà e si potrà arrivare all’altra sponda del fiume. E allora, forse, tutti quanti si potranno sentire un po’ meno colpevoli.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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