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La storia d'Italia è fatta di... accise

Volete conoscere la storia d'Italia del secolo appena andato in pensione e del primo scorcio di quello nuovo? Volete saperne di più sugli eventi che hanno caratterizzato questo periodo? Ebbene non dovete fare altro che prendere l'automobile e recarvi a fare rifornimento nel più vicino distributore di benzina. O, se preferite, di gasolio. E non c'è differenza se usate il self service o se vi fate aiutare dal variopinto omino dell'impianto: il risultato è lo stesso. Ad ogni pieno ne saprete di più sulla storia recente del nostro bel paese fino a diventare, in poco tempo, esperti a tutto tondo. Tanto esperti da poter partecipare ai più avvincenti quiz televisivi e, magari, fare tombola portando a casa un capiente sacco di monete d'oro. I più, ne sono certo, staranno pensando ad una nuova campagna varata dalle più importanti compagnie petrolifere. Di quelle che contemplano schede e bollini e che alla fine del percorso ti regalano (si fa per dire perché l'omaggio è più che pagato, ma noi facciamo finta di niente...) un telefonino, una macchina fotografica oppure, perché no, un bell'atlante storico, di quelli patinati, dove sono segnate in bella evidenza tutte le date più significative. Mi dispiace deludervi, ma avete toppato alla grande. Non c'è alcuna campagna di regali in corso né bollini fluoroscenti da incollare sull'album. Per conoscere la storia d'Italia è sufficiente fare benzina (o gasolio) e mettersi in viaggio. Al resto, infatti, ci pensano le “accise”. Si può dire, anzi, che il ritmo della storia del nostro paese è scandito, come il tic tac di un orologio, svizzero per carità, dalle “accise”. Ma quale il significato di questo termine, quasi sconosciuto, che rimanda alla forma dialettale, largamente usata specie nella parte meridionale della Stivale, del verbo uccidere? Per rispondere alla domanda non serve fare ricerche complicate. Basta andare su Wikipedia e si può trovare facilmente la risposta: “Per accisa si intende una imposta sulla fabbricazione e vendita di prodotti di consumo. In molti paesi del mondo il prezzo dei carburanti è gravato da accisa, in particolare nei paesi non produttori”. In parole povere si tratta di una tassa, dell'ennesima gabella che tormenta con monotona ripetitività la vita degli italiani. In questo caso, infatti, non si versa più acconto e saldo, come l'Irpef, ma si paga sempre, ogni giorno, ogni volta che si fa benzina. A questo punto, però, i miei tre o quattro lettori staranno per chiedersi: il Riccardi è impazzito oppure, da astemio, ha trangugiato un libro abbondante di cognac. Che c'azzecca (Di Pietro docet...) la tassa sulla benzina con la storia d'Italia? C'azzecca, signori, miei, cavolo se c'azzecca. Questa, infatti, è una tassa molto particolare alla quale i nostri governanti, da ottant'anni ad oggi, hanno fatto ricorso quando si è verificato qualche evento particolare e quando si aveva bisogno di procurarsi maggiori entrate. Se volete (ma, rassegnatevi, non avete alcun diritto di veto...) vi faccio una rapida elencazione. Si inizia con la guerra di Etiopia (1935-36), poi c'è la crisi di Suez (1956), la tragedia del Vajont (1963), l'alluvione di Firenze (1966), il terremoto del Belice (1968), l'altro terremoto in Friuli (1976), quello in Irpinia (1980), la guerra in Libano (1983), la guerra in Bosnia (1996), il contratto dei ferrotranvieri (2004), l'acquisto di autobus ecologici (2005), il terremoto dell'Aquila (2009), la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale (2011), l'invasione degli immigrati librici (2011), l'alluvione in Liguria (2011). Sempre nel 2011, governo Monti, tanto per intenderci, il “salva Italia” e, infine, il terremoto in Emilia (2012). Tutte “accise” che a fronte dell'enorme gettito procurato allo Stato, uno scopo lo hanno conseguito: quello di “uccidere” sempre di più il portafoglio degli italiani. Volete alcune cifre? E' presto fatto. Negli ultimi 26 anni e, precisamente, dal 1990 al 2016, grazie alle “accise” sulla benzina e sul gasolio, gli automobilisti hanno lasciato nei forzieri perennemente al verde dello Stato la bellezza di 543 miliardi di euro. Davvero una bella sommetta, non c'è che dire. Peccato, però, che la guerra in Etiopia sia già finita da un bel pezzo, Mussolini è passato a miglior vita, e nel Belice, nonostante l'enorme flusso di denaro, ci sono ancora famiglie che vivono nelle baracche. Tutto questo, però, l'ignaro automobilista non lo sa. Non sa che facendo rifornimento paga ancora una tassa per quella guerra ormai morta e sepolta. Così come non sa che su ogni litro di benzina (o di gasolio) le imposte gravano per il 66% del totale. Ecco spiegato perché, anche quando il costo del petrolio diminuisce, da noi il prezzo della benzina resta sempre lo stesso o quasi. Certo che il nostro è davvero uno strano paese. Così strano da ricorrere a metodi a dir poco singolari: come giudicare, infatti, la tassa messa sulla benzina nel 2004 per finanziare il contratto dei ferrotranvieri? Roba da pazzi... Prima di concludere, però, una proposta voglio farla: perché lo Stato, dopo tanti anni di prelievi forzosi, non provvede a risarcire gli automobilisti distribuendo alle pompe di benzina un sussidiario, sì proprio di quelli che si usavano alle elementari, dove si possono approfondire quelle vicende per le quali si continua a versare soldi ogni giorno che il buon Dio manda? L'emorragia pecuniaria non si arresterebbe di certo ma per lo meno si avrà la consolazione (magra in tutti i sensi...) di conoscere vita, morte e miracoli di quegli accadimenti che hanno segnato il cammino del nostro Paese. E, finalmente, si avrebbe la possibilità, di dare un senso compiuto a quelle tasse. A quelle “accise” che hanno fatto (e che faranno, ahimè) la storia d'Italia.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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