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a Veroli abbazia

Il lungo viaggio attraverso i secoli da Cereatae Marianae fino all'odierna abbazia di Casamari

Sulla collina che si erge tra il torrente Amaseno, i monti Ernici, le vallate del fiume Sacco e Liri e Via Mària (la statale che collega Frosinone a Sora) si staglia, immerso nel verde, il complesso monumentale dell’Abbazia di Casamari. Stilisticamente una delle abbazie più significative in Italia, dal  1874 monumento nazionale, è un gioiello dell’architettura cistercense nel Lazio. Sorge agli inizi del secolo XI ad opera di alcuni monaci benedettini sui resti della romana Cereatae, nel territorio di Arpino dove, secondo Plutarco, trascorreva il suo tempo il noto generale romano Gaio Mario, sette volte console, avversario di Silla nella guerra civile dell’88 a.C. Testimonianza confermata dagli storici Strabone e Frontino. Dell’antico pagus Cereatae (terra benedetta di Cerere), municipio romano tanto potente, secondo Strabone, da inglobare i paesi vicini (forse municipio interterritoriale comprensivo di Veroli, Boville, Arpino) e della costruzione  dell’Abbazia sugli  strati geologici sovrapposti nel tempo, della sua storia secolare, delle vicissitudini concernenti l’ordine dei Benedettini e dei Cistercensi ci ha parlato la dott.ssa Alessandra Cerro. Nel presentare il profilo biografico della relatrice il Presidente dell’Archeoclub di Cassino, arch. Giuseppe Picano, si sofferma sulla pregevole monografia da lei curata: “Da Cereatae Marianae all’Abbazia di Casamari”, pubblicata nel 2016 da L’Erma di Bretschneider (Roma) e  inserita nella collana Studia Archaeologica 207, a completamento di un interessante percorso di studi.  Dopo la  Laurea Magistrale in Lettere classiche ad indirizzo archeologico presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale, con una tesi in Archeologia Medievale (2015), la dott.ssa Cerro nel 2017, si è  diplomata al decimo anno di pianoforte presso il Conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone, dove attualmente frequenta il primo anno del biennio di specializzazione in clavicembalo e tastiere storiche. Studiosa di archeologia dell’architettura, è appassionata cultrice del metodo stratigrafico-archeologico applicato all’architettura e di una scientifica metodologia originale, connettivo-logica, di ricostruzione delle fonti indirette. Metodo che le ha consentito di esaminare il processo architettonico risultante  dai numerosi cambiamenti avvenuti nei secoli attraverso le molteplici fasi ricostruttive delle tante unità precedenti l’abbazia di Casamari. Fondamentale per questa lettura, spiega la relatrice, l’USM (Unità Stratigrafica Muraria), metodo di analisi dei materiali e dei metodi costruttivi che consente di stabilire  la diacronia delle strutture del complesso archeologico e derivare informazioni sull’organizzazione del cantiere, sulle tipologie di materiali, le potenzialità  economiche della committenza ed approdare ad ipotesi ricostruttive attendibili. Non è chiaro se a Cereatae, divenuto poi Marianae  per la presenza di Gaio Mario, che vi nacque nel 157 a.C.,  fosse  solo una villa del console romano o un centro urbano. E non poche questioni permangono circa la corretta  denominazione di questo pagus e la sua creazione a municipio. Cereatae, oggi Casamari, (casa Marii) conserva rovine di statue di Marte e Cerere, un ponte e un acquedotto, ampie e ricche terme e una doviziosa quantità di colonne e grosse pietre, testimonianza di antichi edifici. All’inizio del sec. XI i monaci benedettini vi costruiscono un monastero che nel tempo subisce fortune alterne. Dal Cartarium casamariense (secolo XIII), nostra principale fonte storica, apprendiamo che «nel 1143 i monaci neri (benedettini) erano diventati tanto indisciplinati e disonesti» che nel 1149 papa Eugenio III fa riedificare il monastero e nel 1153 vi introduce i monaci bianchi (cistercensi), il cui ordine, fondato in Francia nel 1098 da Roberto di Molesme, era stato diffuso in Europa da Bernardo di Chiaravalle. A partire dal secolo XV una serie di accadimenti complessi, tra cui la “cattività avignonese”, lo  scisma d’Occidente e la conseguente crisi dell’autorità papale, indeboliscono l’istituzione ecclesiastica e gli ordini religiosi, che perdono  beni materiali e  prestigio. Il monastero di Casamari (che dagli 80 monaci dei secoli iniziali, nel 1623 ne ospita solo 8) versa in quel tempo in uno stato di decadimento e di abbandono da cui si solleverà solo dopo il 1717, quando papa Clemente XI lo affida ai monaci cistercensi riformati, i trappisti, provenienti dalla Toscana. Nel maggio del 1799 alcune truppe francesi, dopo la caduta della Repubblica Napoletana, risalendo al nord, dopo aver segnato con eccidi e devastazioni  Minturno, San Germano (odierna Cassino), Arce, Sora e Isola del Liri,  saccheggiano l’abbazia. I resti dei monaci trucidati (martiri dell’Eucarestia) sono conservati in un sarcofago laterale della chiesa. Gran parte della relazione della dott.ssa Cerro, accompagnata dalla proiezione di immagini e didascalie, riguarda l’architettura dei tre corpi di fabbrica (la chiesa, il chiostro e l’aula capitolare), tipica del gotico maturo, caratterizzata da  armonia, luce e suddivisione razionale degli ambienti. Nel complesso, sviluppatosi a raggiera  a partire dalla cisterna, si stagliano la pianta quadrata dell’aula capitolare, i magnifici pilastri a fascio, gli archi a sesto acuto. Un gioiello architettonico in  stile gotico cistercense borgognone povero. Perché San  Bernardo condannava gli eccessi figurativi e tutto ciò che distoglie i fedeli dalla preghiera. Molti  invece gli elementi di verticalizzazione: gli archi a sesto acuto, due monofore con i gradini nella facciata, chiaro invito a salire verso l’alto, a tendere verso Dio. Nelle vetrate sono raffigurati San Benedetto,  l’abate Roberto di Molesme e San Bernardo. Una narrazione ampia, precisa, avvincente che dal periodo romano fino al restauro del 1950, attraversa i secoli, mostra le testimonianze di colonne, capitelli e rocchi (ancora oggi ben visibili), le  molte modifiche  ricostruttive e le ipotesi di studiosi come Caverna, Ballerini,  Rondini, Baronio e altri. E’ il fascino di una disciplina come l’archeologia, capace di scavare nelle pieghe della storia dell’uomo come si è espressa nella sua concretezza più autentica, quella architettonica, di storicizzare il passato, di tradurlo in un eterno presente e di farci cogliere,  in ogni inciampo con le pietre, il senso generale delle cose. 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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