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Le sorti della guerra cambiarono quando nel comando Diaz sostituì Cadorna

Ogni riflessione sulla Prima Guerra Mondiale non può che partire dalla considerazione che è stata una guerra diversa dalle precedenti, soprattutto perché ha coinvolto i popoli di intere nazioni, ha costretto l’industria a ritmi produttivi sconosciuti, ha sollecitato ricerche che hanno contribuito al progresso tecnologico e scientifico. L’Italia che si apprestò ad entrare in guerra risentì immediatamente di due fattori: rivoluzione del proprio schieramento e della propria strategia dovuta al cambio di alleanze e le condizioni per giungere ad una mobilitazione adeguata. Le tre classi richiamate 1891-92-93, a cui vanno aggiunti 50.000 soldati impegnati in Libia, portavano la consistenza dell’esercito a circa 400.000 uomini nella fase immediatamente precedente all’inizio delle ostilità. Questo sulla carta, perché il 24 maggio circa un terzo dei richiamati erano in viaggio per i depositi reggimentali da cui essere smistati nella zona di operazione, un disastro organizzativo in quanto poteva accadere che richiamati lombardi destinati al fronte a pochi km da casa venissero prima inviati ad un deposito che era a Potenza. Il Comando Generale potè schierare inizialmente 52 battaglioni alpini, di cui 11 in addestramento, 13 divisioni di fanteria, due di cavalleria e una di bersaglieri. Lo schieramento italiano era composto di quattro armate così dislocate: I e IV a coprire i 560 km dallo Stelvio a M. Canin e II e III a fare da ariete nei 90 km fino al mare. Già in luglio i mobilitati erano passati a 1.330.000 di cui 1.000.000 in zona di operazioni. Rispetto agli Austriaci, impegnati anche su altri fronti, disponevamo di una buona superiorità di forze. 675 battaglioni contro 244, rinforzati in occasioni di offensive da reparti sottratti altrove, 171 squadroni contro 28, 467 batterie contro 138, 227 compagnie del genio contro 27. Di contro a bilanciare il numero a nostro favore gli Austriaci schieravano veterani con esperienza di un anno di guerra, un fronte attrezzato e fortificato in profondità, con tratti di strade militari per giungere velocemente  dalle retrovie, postazioni ben rifornite e in grado di reggere a bombardamenti e in posizioni difficilmente attaccabili per opere di interruzione realizzate, tutto ciò sorprese i nostri generali che non sospettavano che il comandante austriaco Conrad Von Heisentzorf, ritenesse possibile un attacco dall’alleato Italia e si premunisse rispetto a ciò. A questo  dobbiamo aggiungere il migliore equipaggiamento individuale, una iniziale professionalità tattica a vantaggio degli ufficiali austriaci,  artiglierie e mitragliatrici più efficaci e moderne, uso di armi quali granate a mano e lancia bombe individuali sconosciute o quasi alle nostre dotazioni. In tutte le battaglie combattute i morti italiani furono sempre più numerosi di quelli austriaci mediamente del 50% e questo grazie alla potenza, precisione e dislocazione dei centri di fuoco. Possiamo portare un esempio di ciò considerando che nella “straff expedition” i caduti austriaci attaccanti furono  30.000 contro 76.000  italiani. Tale emorragia di uomini costrinse a richiamare 20 classi, che davano un potenziale umano di circa sette milioni di cui effettivamente alle armi circa 5 milioni alla vigilia di Caporetto di cui effettivamente impiegati in zona di operazioni circa 3.200.000. La sconfitta di Caporetto fece scendere il numero a circa 2.800.000 per poi risalire con le classi 99 e 900 a poco meno di tre milioni. La fanteria pagò il tributo più alto 95% dei caduti. Un punto dolente del nostro esercito fu all’inizio della guerra la scarsa motivazione dei soldati e una catena di comando da ancien regime. Personalmente più che su scarsità e in molti assenza di motivazioni propenderei per assoluta ignoranza delle ragioni della guerra. In effetti, la maggior parte dei richiamati non sapeva né leggere né scrivere (72%) per cui seppero di dover partire alla vista dei Carabinieri che gli recavano la cartolina precetto, dramma umano, lasciare la famiglia, dramma economico, di cosa potevano disporre i familiari per vivere, dramma esistenziale, cosa riservava il futuro, tutto questo, come dicevano molti contadini, “pè fa la guerra  de lu re” senza che ci fossero opportune strutture che spiegassero le ragioni della guerra e illustrassero il vissuto del soldato. Ci volle Caporetto per modificare il modo di trattare i soldati, che non potevano pagare anche quando gli errori erano di altri. Basti ricordare che i primi soldati inviati in licenza nel 1915,  dopo sei mesi di prima linea, ebbero una licenza che non citava il viaggio per cui non rientrarono in tempo e furono dichiarati disertori. Ovviamente i più penalizzati furono i meridionali che venivano da più lontano. Il soldato italiano era tra i peggio pagati d’Europa, era sottoposto ad un rigido sistema disciplinare ed era guidato da ufficiali valorosi, ma che si sentivano altro dal semplice fantaccino. Una catena di comando classista era la proiezione del modo di comandare seguito dal Capo di Stato Maggiore, generale Cadorna. Questi aveva un carattere duro, sospettoso, poco disposto a interpretazioni meno che rigorose del regolamento: silurò  216 generali, 255 colonnelli e 355 comandanti di battaglione, sollevandoli dall’incarico per non aver bene eseguito i suoi ordini o per non aver raggiunto gli obiettivi fissati. Non accettava consigli e per il sospetto di critica si poteva essere processati, condannati agli arresti in fortezza come subì il comandante Giulio Dohuet, teorico  e profeta del potere aereo, che lo aveva contraddetto. Con  i suoi metodi le decimazioni erano il triste corollario di ogni sconfitta, ogni accenno ad esitare di uscire all’attacco provocava la reazione del fuoco amico sulle nostre trincee e ufficiali  e  Carabinieri. Avevano l’ordine di sparare  ai più riottosi. Dopo Caporetto e il tentativo di ribaltare su altri lo sfascio dell’esercito Cadorna fu sostituito dal gen. Armando Diaz. In pochissimi giorni fece capire che i metodi erano cambiati e soprattutto che anche i soldati avevano i loro diritti e d erano oggetto di  attenzioni e tutele. Dal Piave nasce un soldato nuovo, il soldato Italiano. Dal Piave nasce un’Italia nuova, l’Italia Nazione.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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