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Il 13 giugno del 1799, giorno di Sant'Antonio, l'armata di Ruffo entrava a Napoli

Il 13 giugno del 1799 l’armata “reale e cristiana” della Santa Fede, guidata dal cardinale calabrese Fabrizio Ruffo, dopo aver piegato la strenua resistenza dell’esercito repubblicano, entrava in Napoli e metteva fine alla effimera esperienza della “Repubblica Napoletana”, che un gruppo di “patrioti” aveva proclamato, appena cinque mesi prima, sulla spinta delle baionette giacobine che procedevano all’occupazione “manu militari” del Regno. Era il giorno della festa di Sant’Antonio che, almeno in quella circostanza, diventò il santo prediletto dei napoletani, andando a scalzare quel “birbone” di San Gennaro che era stato troppo accomodante e remissivo con i francesi al momento del loro ingresso nella capitale. Non a caso anche il famoso canto dei “sanfedisti”, quello che si intona in tutte le manifestazioni di natura identitaria, in una strofa particolarmente significativa, parla di “Sant’Antonio gluriuso”. Il 13 giugno, dunque, nel Regno di Napoli, si chiudeva la fase repubblicana e si tornava a quella di chiaro stampo monarchico, con Ferdinando IV di Borbone che poteva riprendere possesso del suo trono dopo la violenta bufera giacobina. Ma non fu di certo la pur benefica intercessione del Santo di Padova a favorire il ripristino della normalità e l’allontanamento dei truci giacobini che avevano seri problemi da risolvere nell’Italia centro-settentrionale dove l’armata austro-prussiana di Suvarov si faceva sempre più audace, mettendo a dura prova l’esercito transalpino. E così, lasciati in brache di tela dai francesi, con il Direttorio che si era ben guardato dal riconoscere ufficialmente il governo napoletano (gli ambasciatori non erano stati ricevuti a Parigi e, dopo alcuni giorni di indecorosa attesa, furono costretti a tornare in patria senza aver ottenuto alcun risultato), il crollo del sistema repubblicano era praticamente scontato ed inevitabile. D’altro canto nella breve ed impalpabile esperienza del 1799, quella che va sotto il nome di “Repubblica Napoletana”, mancò quell’elemento che deve contraddistinguere sempre e comunque un qualsivoglia cambio di regime: il coinvolgimento diretto delle masse popolari che invece rimasero sempre indifferenti ed anzi ostili. Ecco perché, sollecitate dal Ruffo, si schierarono apertamente per la restaurazione, prendendo le armi ed accompagnando il cardinale nella sua lunga marcia trionfale dalla Calabria fino a Napoli. Nè, d’altronde, il pugno di repubblicani autori del “colpo di stato”, quasi tutti appartenenti ad un ceto sociale altolocato, capirono che se volevano avere una pur minima chanche di riuscita, dovevano per forza di cose cercare di portare dalla loro parte il popolo. Popolo che invece restò “passivo” (per usare un’espressione molto cara a Vincenzo Cuoco che quelle tormentate vicende le visse in prima persona, affrontando anche i rigori delle carceri) e che non ci pensò su due volte a prendere le parti della vecchia dinastia regnante. In parole povere fu il popolo che rimise in sella il re Borbone e fu il popolo a bocciare, clamorosamente e senza appello, quel confuso tentativo di instaurare un sistema di governo repubblicano in un contesto di natura assolutista. Oggi si continuano a magnificare i “valori” dei quali si fecero portatori i repubblicani di Napoli, quei 99 “patriotti” che pagarono con il loro sangue il tentativo di affrancare il Regno di Napoli dalla “schiavitù alla quale costringeva i suoi sudditi la feroce monarchia borbonica”, per dirla usando parole care al compianto Marotta. Una versione dei fatti “nobile” ma palesemente inverosimile, almeno a guardare la reale evoluzione degli accadimenti. Di fronte a governanti che si perdevano in chiacchiere inutili, del tutto avulse dalla realtà, che passavano il tempo a scimmiottare i francesi cambiando il nome dei mesi dell’anno oppure a comporre inni a San Gennaro affinché mantenesse in vita il più a lungo possibile la Repubblica, il popolo, che moriva letteralmenre di fame, fece una chiara scelta di campo e preferì schierarsi con il suo sovrano che, del resto, incarnava i suoi valori, che non seguiva strane mode e che non ballava davanti ad uno strano albero che si pretendeva prendesse il posto della Croce di Cristo. Una scelta logica, a ben vedere, che finì per risultare vincente. E bravo fu il cardinale Ruffo a capire fin da subito che la Croce sarebbe stata la sua arma vincente, molto più di qualsiasi sciabola o moschetto. Legittimo, quindi, ricordare coloro che furono inviati al patibolo dalla spietata restaurazione ferdinandea. Ma sarebbe più che giusto ricordare anche chi quella vicenda la visse stando dall’altra parte, dalla parte del popolo e che non è mai assurto agli onori della storia, quella con la esse maiuscola. E che ha pagato sulla sua pelle il prezzo più caro. Come i cinquecento e passa inermi cittadini di Isola del Liri che il 12 maggio del 1799, giorno di Pentecoste, furono trucidati dai giacobini. A ben vedere furono loro i veri “martiri”. Ma i loro nomi non compaiono nel grande libro della storia.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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