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I briganti di Chiavone occupano Isoletta e San Giovanni Incarico

La mattina dell’11 novembre del 1861 una folta banda di insorgenti impegnati in un’azione di riconquista del territorio, diretta da Luigi Alonzi, alias “Chiavone”, e dal colonnello legittimista francese Henri Arnous de Riviere, piombò inaspettata sul castello di Isoletta, nei pressi del fiume Liri. Allora il cosiddetto “brigantaggio” stava consumando le sue ultime fiammate politiche, con l’obiettivo principale, pilotato dalla centrale borbonica capitolina, di procurare il reinsediamento sul trono di Napoli del legittimo re Francesco II spodestato dall’invasione garibaldin-savoiarda. A guardia del maniero vi era un esiguo plotone del 43° fanteria, soltanto 18 uomini, comandato dal sergente Eracliano Cobelli. L’episodio è decritto in maniera rapida ma esaustiva dal conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, ufficiale piemontese che partecipò alla campagna di conquista nel meridione d'Italia e che fu autore, nel 1864, di un corposo “studio storico-politico-statistico-morale-militare” sul brigantaggio postunitario nei pressi della frontiera con lo Stato Pontificio tanto preciso e circostanziato quanto smaccatamente partigiano. Non essendo in grado di fronteggiare l’assalto, considerata la netta inferiorità numerica, il sergente “si rinchiuse tosto co’ suoi uomini nel Castello e vi si difese coraggiosamente fino a che i briganti scassinate le porte e scalate le finestre, penetrarono nell’edificio per ogni dove. Allora il sergente operò una ritirata che non sembra vera, tanto fu ammirevole, egli passò fra le fila dei briganti facendosi largo colla bajonetta, e giunse a San Giovanni in Carico con dieci de’ suoi valorosi, essendo gli altri otto caduti nel conflitto. A San Giovanni in Carico la scena si faceva più lugubre. Lo sciame de’ briganti, dopo il trionfo d’Isoletta, per la via della montagna vi si precipitò d’un tratto; i pochi soldati che erano di presidio non potendo reggere a tant’urto, cedevano il terreno a poco a poco, senza voltar mai le spalle agl’invasori. Ma già il fuoco appiccato dai briganti ai fabbricati serpeggiava in varj punti; gli assalitori impadronitisi delle case facevano un fuoco ben nutrito sugli assaliti: fu quindi giuocoforza cedere e ritirarsi. Giunti però a poco distanza fuori di San Giovanni in Carico, incontrarono una compagnia pure del 43° che, saputa da Pico, ov’era di presidio, l’aggressione, correva a tutta lena, guidata dal suo Capitano (si trattava di Cesare Gamberini, nda), in soccorso di quel paese e de’ suoi compagni. Riunirsi tutti, concertare un attacco generale, correre ad eseguirlo e riprendere il paese, fu opera di pochi istanti. I briganti scacciati di casa in casa, respinti di strada in strada, uccisi, feriti, perseguitati, dovettero abbandonare il paese, e furono colla bajonetta alle reni cacciati di nuovo verso il confine, e fin dove la ripida elevazione del monte lo permise. Cinquantasette cadaveri di questi assassini furono raccolti nel paese e nei dintorni; uno dei loro capi, se pure era tale, il marchese Alfredo di Trazegnies, preso colle armi in pugno, fu tosto fucilato con altri tre birbaccioni”. Fin qui il racconto del Saint Jorioz che si ferma poi a parlare del giovane belga e della sua singolare presenza tra i briganti “una delle tante umane contraddizioni che non è sempre in nostro potere di spiegare”. I briganti, quindi, dopo l’effimero successo iniziale, erano stati duramente sconfitti e ricacciati sia da Isoletta che da San Giovanni Incarico dal ritorno in forze dei soldati piemontesi. Lo scontro si concluse con gravi perdite: sul terreno, infatti, rimasero 57 insorgenti, tra i quali il De Trazegnies, ucciso brutalmente con un colpo di fucile alla nuca, e 9 piemontesi. Nel centro di Isoletta, in via del Palazzo, un'angusta stradina che tra ali di case si inoltra nella campagna, in un largario in prossimità di una curva è stata posizionata una lapide marmorea che reca la seguente iscrizione: “Assalita Isoletta da 400 briganti 18 soldati della 7 compagnia del 43 reggimento dell’esercito italiano la difesero strenuamente. A perenne memoria di Casella Bartolomeo da Pallanza, Faloiola Giovanni da Novara, Melati Giacomo da Rieti, Corsini Giovanni da Pallanza, Caselli Barnaba da Rieti, Borella Giacomo da Intra, Rossi Salvatore da Perugia, Plausa Cesare da Perugia morti combattenti da prodi quando il primo con eroico slancio salvava la nazionale bandiera. I commilitoni posero. 11 novembre 1861”. Si tratta dell’elenco dei soldati italiani caduti nel tentativo di difendere il castello di Isoletta dall’assalto dei chiavonisti. In quell’azione si distinse Bartolomeo Casella di Pallanza, oggi frazione di Verbania, in Piemonte. Al riguardo così annota il Saint Jorioz: “Da poco giunto al reggimento, avrebbe potuto rinchiudersi cogli altri suoi compagni nel Castello e forse salvarsi; ma accortosi che una bandiera tricolore sventolava nella casa vicina, si slanciò per staccarla, onde non rimanesse preda e trofeo ai briganti. Cadde nell’atto crivellato dalle palle degli aggressori. Nelle angosce della morte si avvolse attorno la salvata bandiera e nelle sue crespe spirò. In questo glorioso lenzuolo funereo la sua salma fu sepolta da’ proprj commilitoni nella chiuesuola d’Isoletta”. Il sergente Eracliano Cobelli, il comandante del presidio di Isoletta che riuscì a salvare la pelle, fu promosso sottotenente e decorato con la medaglia d'oro al valor militare. Infine al capitano bolognese Cesare Gamberini, colui che liberò il paese dai briganti, la municipalità di San Giovanni Incarico volle concedere la cittadinanza onoraria.

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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