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grande guerra Santo Stefano

Il ruolo svolto dalla Regia Marina nel corso della Grande Guerra

Grande impatto sull’andamento e sull’esito della guerra ebbe invece la Regia Marina che, con l’impresa di Premuda, diede il cosiddetto “colpo di grazia” all’Austria-Ungheria e di fatto mise il sigillo  alla sconfitta degli Imperi Centrali. All’alba del 10 giugno 1918, il comandante Rizzo con i Mas 15 e 21, al largo dell’isola di Premuda, avvista una formazione austriaca diretta verso Otranto. Con un attacco improvviso Rizzo si porta a breve distanza dalla corazzata Szent Istvan (Santo Stefano) e l’affonda. La festa della Marina si celebra  il 10 giugno per ricordare l’impresa di Premuda: uno dei due mezzi navali utilizzati, il Mas 15, è conservato a Roma, al Vittoriano. Tale azione fu la più eclatante di una lunga serie, che vide la Regia Marina fronteggiare su un mare sfavorevole gli Imperi Centrali. Pur essendo infatti le marine italiana e austriaca per quantità di uomini e mezzi allo stesso livello, quella austriaca aveva però il vantaggio di poter sfruttare come basi le frastagliate coste dell’Adriatico orientale, ricche di isole e insenature, ottime per offrire una protezione naturale alla flotta e organizzare imboscate al nostro naviglio. La guerra in Adriatico non ebbe scontri come quelli nel mare del Nord, ma fu tutta giocata su colpi di mano, azioni di sommergibili e trovare il modo di costringere il nemico ad abbandonare la condotta della guerra con il sistema della “fleet in being”. Un tale successo non si sarebbe potuto mai conseguire senza la lungimiranza dell’allora capo di stato maggiore della marina, il vice-ammiraglio Paolo Thaon di Revel. Chiamato al vertice della Regia Marina il primo aprile 1913, egli dispose immediatamente una riorganizzazione moderna di tutti gli aspetti di competenza della Marina. Le forze navali vennero riunite sotto un unico comando (per stabilire l’indispensabile unità di direzione) e vennero avviate esercitazioni realistiche che porteranno le navi della Regia Marina alla guerra pronte al combattimento, come forse mai lo furono. Tutti i marinai d’Italia parteciparono allo sforzo con orgoglio e abnegazione  e nell’ottica di cancellare l’onta di Lissa, la battaglia in cui gli austriaci sbaragliarono il 20 luglio del 1866 la neonata flotta italiana. In questo contesto, Paolo Thaon di Revel, con fredda e lucida determinazione, considerò ogni fattore operativo e logistico di una guerra sul mare mantenendo alta l’attenzione sia sul Tirreno sia sull’Adriatico. In particolar modo vennero rinforzate, fra l’altro, le predisposizioni a difesa di Venezia, Porto Corsini, Brindisi e Taranto. Impulso particolare fu dato al completamento della dotazione e sul fronte dei mezzi navali e degli armamenti, a scapito della costruzione delle grandi corazzate, venne data la massima implementazione alla costruzione e all’addestramento di cacciatorpediniere, di unità sottili e veloci quali le siluranti, di sommergibili, dei nuovi velivoli specialmente per l’esplorazione, di torpedini, mine e dragamine, di cannoni antiaerei, di motoscafi e rapidi rimorchiatori e di bombe antisommergibile. Allo scoppio delle ostilità la linea strategica italiana poteva essere riassunta nei seguenti punti: protezione del fianco destro dell’esercito operante sull’Isonzo; blocco strategico dell’Adriatico; protezione del traffico mercantile nelle zone del Mediterraneo di pertinenza dell’Italia; tutela delle comunicazioni marittime con il nostro corpo di spedizione in Albania;  difesa costiera del litorale adriatico (batterie fisse, treni armati, mine e sommergibili), tirrenico (320 batterie) e delle isole, e garanzia della sicurezza dei porti; strategia della vigilanza (per controllare e controbattere le offese nemiche) e strategia della battaglia in porto (per sfidare nelle sue basi con naviglio sottile e veloce le flotta austriaca). Di enorme efficacia fu l’azione della marina dopo Caporetto, sia nel contrasto dei “crucchi” in avanzata sulla litoranea, sia nella difesa di Venezia e dei suoi impianti essenziali con lo schieramento di pontoni armati in laguna e creando quel battaglione di “Fanti da Mar”, della tradizione veneta , che diede vita ai Lagunari della “San Marco”. Nel corso del conflitto operarono 619 unità da combattimento, che effettuarono 56.184 missioni, percorrendo 25 milioni di miglia marine. La forza imbarcata, al momento della pace, era  costituita da 6580 ufficiali e 139.000  comuni. Gli uomini e i mezzi della Regia Marina si distinsero per coraggio, abnegazione e sacrificio ottenendo risultati oltre le più rosee aspettative e contribuendo in maniera determinante alla vittoria finale. Le gesta di Rizzo, Ciano, D’Annunzio, Nazario Sauro, Cagni, Paolucci e Rossetti hanno cancellato la “gloriuzza” di Lissa. L’Adriatico era di nuovo il Golfo di Venezia del “mare nostrum”.

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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