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I battaglioni della Guardia di Finanzia nella Grande Guerra

Completa, esaustiva, equanime, la ricostruzione della partecipazione della Guardia di Finanza alla I Guerra Mondiale del Generale Pierpaolo Meccariello: anche allo storico più scrupoloso non rimane che convenire con quanto da questi argomentato. Scrivere ancora sull’argomento sembrerebbe inutile ma, a mio parere, non lo è, soprattutto perché nell’epoca dell’informazione facile e veloce, altrettanto facile e veloce è perdere con l’abitudine la rilevanza e la diversa  importanza dei fatti in rapporto ad altro. Inoltre ricordare ha anche il significato di testimoniare e di onorare quanti hanno concorso a scrivere la storia, soprattutto quando gli episodi sono i fondamenti della Patria una libera indipendente. Come prologo a quella che sarà definita “l’inutile strage”, alle 23.40 del 23 maggio del 1915, registriamo l’azione a fuoco dei finanzieri Costantino Carta e Pietro Dell’Acqua che impedì agli austriaci  di sabotare il ponte di Brazzano sullo Judrio. I battaglioni mobilitati della G.d.F. e presenti al fronte alle ore 0.00 del 24 maggio erano:  III in Val di Ledro, V e IX in Val d’Astico, VII, XVII e XVIII in Val Sugana,  XVI in Cadore, VIII, XIX e XX in Carnia, sul Basso Isonzo II, X, XI, XII (nella foto in alto), XIII, XIV e XV. I battaglioni dei finanzieri ebbero purtroppo un impiego frammentato, privo di raccordo ad adeguato livello con i comandi di grandi unità, dal quale derivò loro spiacevoli equivoci, peraltro sempre risolti in positivo, ed una  sottovalutazione del contributo del Corpo al fronte. Tali episodi erano anche il risultato del clima imposto da Cadorna con la caccia a presunti colpevoli di azioni in contrasto con ordini spesso incomprensibili, ineseguibili o superati dagli eventi. All’esame storico rigoroso il valore, lo spirito di sacrificio, il coraggio furono una costante generale caratteristica di tutte le Fiamme Gialle. Nel primo anno di guerra i Finanzieri si distinsero con la presa del Passo Ercavallo, la difesa del Pal Piccolo e del Pal Grande, i ripetuti attacchi da quota 205 del Podgora per scardinare le difese esterne di Gorizia, nella zona del Carso, Monte Sei Busi (il disperato valore fu compensato con 9 MAVM e 21 MBVM), infine la conquista del Monte Sperone che aprì la strada al controllo del Garda. Il secondo anno di guerra inizia con l’entusiasmo dell’esito positivo della battaglia di arresto  della “strafe-expedition”. I buoni auspici per le truppe che avevano retto all’urto del piano strategico di Konrad Von Hetzendorf si materializzarono con una vittoria italiana di grande valore mediatico: la presa di Gorizia. Questa volta i finanzieri non presero parte direttamente alla battaglia. Il riordinamento dei battaglioni fece sì che solo l’XI ed il XII fossero lasciati sul fronte della 3ª armata. I finanzieri furono chiamati a dare il cambio alla brigata Ivrea oltre il Vallone di Doberdò in una località inserita sulle carte come quota 208 Sud, un cocuzzolo roccioso e spoglio vicinissimo alle fortificazioni nemiche, preso d’infilata dalle 11 mitragliatrici installate tra le rovine di Nova Vas, reso tragicamente insicuro dalla precisione dei “cecchini” e scosso, come terremotato, dal fuoco dell’artiglieria nemica e dai tiri risultati corti di quella amica. Il battaglione perse in un mese otto ufficiali su quattordici e quasi duecento sottufficiali e finanzieri su cinquecento. L’XI battaglia dell’Isonzo portò l’esercito italiano a minacciare e sconvolgere le difese austriache sulla Bainsizza, i quattro battaglioni  della G.d.F. operanti nell’area affidata alla 2ª armata (I, VIII, XVI, XVIII) furono sacrificati in pesanti ma importanti servizi di retrovia, meno appariscenti di quelli di prima linea, ma pur sempre molto onerosi e pericolosi e prolungati nei mesi successivi alla battaglia. Come tutto lo schieramento italiano, i quattro battaglioni, poi, vennero coinvolti nel repentino crollo del fronte di Caporetto. Malgrado la confusione i finanzieri si distinsero durante la ritirata per la  compattezza nelle azioni di retroguardia e nel concorrere a rendere per quanto possibile ordinato il caotico ripiegamento dell’Esercito. Il XVIII poi riuscì a salvare dalla cattura la bandiera dell’84ª fanteria ed a riconsegnarla al Comandante a Conegliano, quasi al termine della ritirata. I battaglioni, essendo giunti al Piave in perfetto ordine, furono immediatamente utilizzati come polizia militare. Notevole per coraggio, spirito d’iniziativa e  sprezzo del pericolo fu l’azione di circa trecento finanzieri dei reparti territoriali della zona litoranea del Friuli che, unitamente alla 30ª compagnia autonoma, costituirono il “gruppo Vercelli”, così chiamati dal nome del suo comandante, il tenente colonnello Severino Vercelli, un ufficiale richiamato, che costituì la prima difesa ed il più duro ostacolo al nemico sulla via di Venezia, a difesa della destra del Piave Nuovo, nella zona  della foce.  Il gruppo frenò con efficacia l’avanzata nemica per dar tempo a tre battaglioni del Corpo, il VII, l’VIII ed il XX di organizzare a difesa la linea estrema del Piave, a diretta protezione di Venezia. Il 18 dicembre 1917 il nemico tentò di forzare il passaggio del fiume  alla Marina di Cortellazzo preceduto da un’intensa preparazione di artiglieria, ma fu respinto dall’VII battaglione che presidiava la zona. L’attacco reiterato nei giorni seguenti, coinvolse  anche l’VIII ed il XX battaglione, ma i finanzieri tennero duro, salvando Venezia. L’eroismo delle Fiamme Gialle non sfuggì a D’Annunzio che più volte sottolineò il suo apprezzamento nei loro confronti, tanto da sintetizzare il valore e la tenacia del Corpo nel motto “Nec recisa recedit”. La Battaglia del Solstizio, iniziata il 15 giugno 1918, trovò i tre battaglioni ancora sul posto. Per essere aderente al massimo ai fatti ho parafrasato il racconto di alcuni reduci della battaglia stessa. L’ultima offensiva austro-ungarica del giugno 1918 si sviluppò tra il Brenta ed il Piave con l’intento di sfondare il fronte montano per prendere alle spalle lo schieramento italiano sul Piave. Nello stesso tempo, gli imperiali attaccavano sulla direttrice Treviso-Padova mirando alla conquista del Veneto. Tra il 15 ed il 20 giugno,  l’attacco fu prima contenuto e poi arrestato. Già dal 21 giugno la 4ª divisione, schierata tra Capo Sile ed il mare, su ordine del Comando Supremo, passò alla controffensiva. Contemporaneamente ad altri reparti che dovevano irrompere su Jesolo, nuclei di arditi del VII battaglione della Guardia di Finanza dovevano forzare il Sile in corrispondenza di Molino Comelle. Al calar del sole del 21 giugno, vennero messe in acqua, sul fronte del battaglione, tre zattere da palude a Molino Comelle e tre alla Macchina del Consorzio. Nella prima si imbarcò una pattuglia di 40 finanzieri con due sezioni di mitragliatrici, nelle altre 50 finanzieri con una sezione pistole mitragliatrici. Compito dell’avanguardia era di costituire due piccole teste di ponte, unirsi ai bersaglieri alla loro destra e controllare la zona. I finanzieri fecero più di quanto loro richiesto: sebbene alcune zattere fossero state affondate dal fuoco nemico, presero egualmente terra sulla sponda opposta ed assaltarono le trincee di prima linea del nemico, mettendolo in fuga e catturando 126 prigionieri e il loro equipaggiamento. Nella breccia  fu  fatto avanzare il VII battaglione che consolidò la testa di ponte che nei giorni successivi costituì base di partenza per l’offensiva che avrebbe consentito l’occupazione di tutta l’area tra Piave Nuovo e Piave Vecchio, primo lembo di territorio italiano riconquistato dopo la ritirata di Caporetto. Il 2 luglio il VII battaglione attaccò in concorso con l’82^ fanteria sulla sinistra ed il 154^ sulla destra. Alle prime luci dell’alba il battaglione si attestò sull’argine del canale III; terminata la preparazione dell’artiglieria  forzò il canale ed assaltò frontalmente le principali difese nemiche, servendosi anche di barche armate per avanzare nel dedalo di paludi e di acque poco profonde. La lotta si svolse per quattro giorni in condizioni di estrema difficoltà: il contatto con l’avversario era troppo stretto perché l’artiglieria potesse agevolare il compito dei finanzieri. Malgrado le perdite elevate per il fuoco nemico e le insidie del terreno golenale, i finanzieri rinnovarono gli assalti, anche se ridotti di numero ed immersi nel fango. Il 5 luglio le compagnie del VII furono scavalcate da quelle dell’VIII, l’azione era destinata alla vittoriosa conclusione. Il 6 luglio le difese  furono travolte e gli austro-ungarici furono costretti a ripiegare oltre il Piave. Anche il XX battaglione agì in quei giorni con successo inquadrato nella brigata Arezzo, sulla testa di ponte di Capo Sile. La brillante condotta del VII battaglione, le cui virtù militari onorano le Fiamme Gialle, è stata riconosciuta con la concessione di una medaglia di bronzo al Valor Militare e, soprattutto, con la scelta della data in cui celebrare l’anniversario della fondazione della Guardia di Finanza, fissata per il giorno 21 giugno, quando più del Sole del solstizio rifulse il valore delle Fiamme Gialle “Pochi ma mai domi”.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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