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L’opera d’arte e la sua lettura nel tempo

Che idea si faranno i posteri delle opere d’arte del nostro tempo? Luciano De Crescenzo in Oi dialogoi – I dialoghi di Bellavista, suggerisce che uno che nel Tremila trovasse l’opera di Tom Wesselman “Vasca da bagno, collage num. 3”, non penserebbe di trovarsi di fronte ad un’opera d’arte ma ad “un cesso scassato”. Ma non saranno solo i nostri posteri a commettere errori di valutazione. Anche noi siamo posteri, rispetto agli uomini vissuti nel passato, ed anche a noi capita di prendere abbagli sui manufatti che abbiamo ricevuto in eredità dalla storia. Il concetto di arte e di piacere estetico è abbastanza recente e non è uguale per tutti. Molte volte interpretiamo i monumenti del passato con una sensibilità diversa, che non era stata prevista da coloro che avevano creato quei monumenti. I romani, che avevano un complesso d’inferiorità nei confronti dell’arte greca, rivestirono di marmo il Colosseo, che invece a noi piace di più nella nudità della sua struttura. Spesso l’artista stravede per certe sue opere, che finiscono quasi nell’oblio, mentre quelle che considera bagattelle di poco conto saranno amate e apprezzate attraverso i secoli da un vasto pubblico. Petrarca, per esempio, affidava la sua fama presso i posteri alle sue opere latine, mentre noi leggiamo più volentieri il Canzoniere. La stessa nostra percezione di quegli aleatori oggetti definiti “opere d’arte” può essere fuorviante, perché la nostra nozione di “arte” ci porta a vedere artisticità dove in realtà non c’è. Un classico esempio di oggetti “artistici” che interpretiamo in maniera “sbagliata” è quello delle Icone, che non sono opere d’arte ma immagini simboliche liturgiche, devozionali. Penso allora che non dobbiamo preoccuparci più di tanto se i posteri non comprenderanno la nostra arte, perché quasi certamente, come succede anche a noi, troveranno comunque artistiche le cose che noi abbiamo prodotto senza pensare di creare arte. Magari le pale eoliche, tanto bistrattate perché deturperebbero il paesaggio, saranno ammirate e tutelate come facciamo noi con gli acquedotti romani. Il fatto è che noi pensiamo alle opere d’arte come oggetti eterni. Questo avviene perché apparteniamo alla civiltà della scrittura, la sola che può avere nozione della storia. Le culture orali non hanno storia. Esse sono immerse nel presente ed il passato si perde nei miti e nelle leggende. Anche le opere d’arte, quando siano prodotte dalla civiltà della scrittura o da civiltà orali, sono diverse: mentre noi, dall’invenzione della scrittura in poi, tendiamo a produrre monumenti, come opere che rimangono nel tempo, le culture orali producono opere effimere, totem fatti di cortecce, foglie, piume. Ora la nostra civiltà, con l’avvento della comunicazione elettrica ed elettronica, sta perdendo il contatto con la parola scritta e si sta riavvicinando all’oralità. Penso, ma prendete quanto scrivo con beneficio d’inventario, che il carattere effimero di tanta arte contemporanea rifletta proprio questo mutamento di sensibilità. È come se fossimo in bilico fra due mondi: il vecchio, rassicurante mondo della cosiddetta “Arte con la A maiuscola” e il nuovo, incerto mondo dalle espressioni per noi indefinibili e inclassificabili.L’importante, allora, è lavorare con impegno e passione intorno alle idee e alle forme, tenendo conto non solo e non tanto della bellezza ma anche dell’utilità e della qualità umana di ciò che si crea o si produce. I posteri faranno buon uso della loro sensibilità per scegliere fra le migliaia di forme espressive del nostro tempo quelle capaci di parlar loro di noi, e sono convinto che, non potranno sbagliarsi tanto facilmente.                                                                     

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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