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a Fenestrelle fortezza

Gli ex soldati napoletani condotti nelle inospitali prigioni del nord

Ogni prima domenica di luglio, da dieci anni a questa parte, a Fenestrelle, austera fortezza che domina la verde valle del Chisone, sulle alpi piemontesi, si tiene un convegno che intende ricordare una vicenda drammatica che la vulgata storiografica dominante per lungo tempo ha ignorato o minimizzato. Lì, infatti, tra le celle di quell’arcigna prigione, che già Napoleone Bonaparte aveva utilizzato per levarsi di torno i suoi oppositori politici, negli anni immediatamente successivi all’unità, a partire dal 1861, furono rinchiusi a migliaia di soldati dell’ex esercito delle Due Sicilie che non vollero entrare a far parte dell’armata sabauda, ormai italiana, per non infrangere il giuramento di fedeltà prestato a suo tempo al re Borbone. Una vicenda, che viene variamente interpretata, a seconda delle posizioni dalle quali parte l’analisi. E così se i risorgimentalisti non danno eccessiva importanza alla cosa, limitandosi asetticamente ad affermare che Fenestrelle era un carcere come tante altri in quel periodo, da parte borbonica ci si avventura in improbabili conteggi di soldati napoletani morti durante la detenzione tra quelle imponenti mura. Conteggio che, spesso e volentieri, raggiunge proporzioni eclatanti e francamente improbabili. Detto questo e cercando di districarsi abilmente tra le opposte fazioni (per la vulgata sembra quasi che Fenestrelle sia stato un resort a cinque stelle mentre i filo borbonici parlano di cumuli di soldati napoletani morti dei quali, però, non c’è traccia nei documenti di archivio) esiste un argomento molto più serio di cui ci si dovrebbe occupare e di cui da qualche tempo, sia pure in maniera sommessa, stanno venendo fuori gli inquietanti risvolti. Ed è proprio di questo che vogliamo parlare, facendo riferimento esclusivamente a carte, faldoni ed epistolari conservati nell’archivio storico del Ministero degli Esteri e in quello della Marina, che si trovano entrambi a Roma, e che non sono molto frequentati dagli studiosi, a qualsiasi fazione essi appartengano. Questo imponente e variegato materiale cartaceo, in gran parte inedito, consente di ricostruire dettagliatamente quella che mi piace chiamare la “soluzione finale”. Ma procediamo per gradi. Dopo la caduta repentina del regno borbonico, il nuovo governo italiano si trovò a dover fare i conti con una massa ingente di militari sbandati. L’esercito napoletano non esisteva più e in tanti si erano trovati disperati e senza lavoro. Nè le campagne di arruolamento varate dal governo unitario si erano rivelate fruttuose: nelle ripetute chiamate alle armi, infatti, si registrò sempre un altissimo numero di renitenti. A quei militari che erano stati fatti prigionieri nel corso degli eventi bellici e a quelli delle fortezze che avevano resistito all’assedio dei piemontesi (Capua, Gaeta, Messina e Civitella del Tronto), si aggiunsero quelli che, per non sottostare alla leva obbligatoria, dopo essersi rifugiati sulle montagne trasformandosi in briganti, erano stati catturati nel corso dei vari rastrellamenti. Un numero ingente di prigionieri, difficilmente quantificabile con matematica precisione. Di certo, però, ammontavano a parecchie decine di migliaia. Il governo italiano, in un primo momento, si limitò a rinchiudere tali prigionieri nelle malsane ed insufficienti carceri del sud Italia. Subito dopo però, intuendo la pericolosità della situazione (tutto il meridione iniziava ad essere avvampato dalla rivolta brigantesca), ecogitò un gigantesco piano di evacuazione trasferendo via mare gli ex soldati napoletani al nord, lontando dai focalai della sommossa. Il porto di arrivo dei bastimenti era Genova. Da qui i prigionieri venivano smistati nelle varie località di destinazione: Fenestrelle, San Maurizio Canavese, Alessandria, Milano, Bergamo e così via di seguito. Qualcuno fu rinchiuso anche a Genova, nel forte di San Benigno. Altri di varia composizione (ex ufficiali e soldati, briganti, renitenti alla leva, oppositori politici o presunti tali, vagabondi, camorristi) vennero confinati in varie isole: Gorgona, Elba, Giglio, Capraia, Ponza. Più di 12 mila, soprattutto ufficiali e veterani borbonici che si erano rifiutati di continuare la loro carriera militare nell’esercito italiano, furono trasferiti in Sardegna, nelle isole del napoletano o nella Maremma Toscana, sottoposti al regime del domicilio coatto, come prevedeva la legge Pica. Trattati come animali, ammassati nei bastimenti, senza mangiare e bere per giorni, i poveri meridionali, colpevoli di essere rimasti fedeli al loro Re, vennero sbattuti in terre che non conoscevano, fredde, in campi di concentramento inospitali, lontano dai loro affetti e dalla loro terra. Molti non riuscivano a sopportare la disperazione e il disagio e decidevano di mettere fine alla grama esistenza gettandosi in mare. “A Rimini - così si legge sulle colonne di un giornale dell’epoca ‘L’Armonia’ (3 settembre 1861) - il mal umore nei soldati giunge fino alla disperazione di darsi la morte. Parecchi si sono annegati nel mare volontariamente. Sicchè dovettero le autorità porre delle guardie in piccole barchette per impedire simili eccessi”. Con il passare dei mesi gran parte degli ex soldati napoletani venne trasferita nelle prigioni del nord Italia. In tal modo il governo era convinto di aver risolto definitivamente la questione, allontatando dai focolai della rivolta tante migliaia di persone, tenendole distanti dai briganti che continuavano la loro lotta disperata. Non avevano però considerato un altro problema che ben presto si rivelò impellente: i prigionieri napoletani ammassati nelle prigioni del nord erano diventati così tanti da rendere molto difficile il mantenimento dell’ordine pubblico. Nelle prigioni scoppiavano rivolte, sommosse, tentativi di fuga che a stento venivano repressi. Persino a Fenestrelle, nell’agosto del 1861, una cinquantina di progionieri napoletani aveva tentato di impadronirsi della fortezza. E la stessa cosa si era verificata nel campo di San Maurizio Canavese, alle porte di Torino. La situazione si era fatta esplosiva. In quel periodo, poi, gran parte degli effettivi dell’esercito italiano, ben 105 mila uomini, si trovavano disolcati nlla parte meridionale della Penisola nel tentativo di soffocare la rivolta brigantesca. E allora cosa ti inventò la fervida mente dei governanti italo-sabaudi? Una mirabolante “soluzione finale”. Nel tentativo di sgombare le prigioni del Regno da quella massa pericolosa di ex soldati borboni, renitenti alla leva, nostalgici, prigionieri politici, briganti o pseudo tali, si pensò bene di “sistemarli” in un posto dove sicuramente non avrebbero dato più fastidio.                            (I parte - continua)

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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