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a Fenestrelle lapide

Nonostante i reiterati tentativi non ci fu una Cayenna italiana

Ma il tutto viene bloccato dal diniego netto ed insuperabile opposto dall’Inghilterra e dall’Olanda. Ma il governo italiano, tetragono, non si arrende e nella seconda metà del 1872 incarica il solito capitano di fregata Racchia di riprendere l’attività di perlustrazione, precedentemente interrotta, nel tentativo di trovare finalmente un luogo dove poter costruire lo stabilimento penale. Il capitano prende il mare con le navi “Governolo” e “Vedetta” e giunge dapprima in Birmania, per ratificare il trattato di amicizia e di commercio stipulato qualche tempo prima tra i due paesi e poi a Singapore (febbraio 1873). Dopo non poche difficoltà riesce ad individuare un nuovo luogo per la costruzione della colonia penale: si tratta dell’isola di Banggi, a nord est del Borneo, appartenente al sultano di Sulu. Ma ancora una volta non se ne fa niente, specialmente a causa della contrarietà espressa dal governo spagnolo che accampava diritti di sovranità sull’intero arcipelago di Sulu. E così al solerte capitano Racchia viene ordinato di lasciar perdere tutto e di ritornare in Italia. Si conclude così, dopo più di dieci anni di infruttuosi tentativi (si era iniziato già nel 1862) la telenovela inerente la realizzazione di una colonia penale italiana dove deportare ex soldati borbonici, briganti ed oppositori politici. Da notare bene che gli ultimi tentativi sono datati 1873, quando i disordini inerenti la cosiddetta “rivolta brigantesca” nella parte meridionale della Penisola si erano già esauriti da un bel pezzo e la situazione poteva dirsi normalizzata. Ma lo stato unitario voleva inserire a tutti i costi nel suo ordinamento giuridico la figura della “deportazione” e per questo insistette così a lungo, anche se alla fine, di fronte ai ripetuti e mortificanti dinieghi, dovette mollare la presa. Si concludono così i tentativi della cosiddetta “soluzione finale” con la quale il governo italiano, dopo aver incorporato “manu militari” le regioni del sud, tentava di bonificarle dai suoi abitanti più riottosi deportandoli in luoghi lontanissimi ed inospitali dove non avrebbero dato più alcun fastidio. Il piano mostruoso fortunatamente non andò in porto perché nessuno a quel tempo volle rendersi responsabile di cotanta aberrazione. Ci sono dispacci tra agenti diplomatici e funzionari governativi nei quali traspare a chiare note la riprovazione generale suscitata dall’iniziativa itaiana di voler costruire una novella Cayenna, come quella francese, che tanti problemi stava suscitando, scandalizzando l’opinione pubblica europea. Ciò malgrado il governo italiano tentò fino alla fine di trovare un pezzo di terra in un angolo sperduto di mondo dove realizzare il suo penitenziario. Questa vicenda è stata completamente ignorata dalla vulgata storiografica dominante che ha preferito chiudere gli occhi e girarsi dall’altra parte. Come, in realtà, ha fatto (e continua a fare) spesso e volentieri. A questo punto due parole per le considerazioni finali. Le vicende che ho brevemente enucleato fanno perdere di importanza il numero degli ex soldati borbonici che sono effettivamenti morti nella fortezza di Fenestrelle che, sicuramente, non è mai stata un resort di lusso, magari con annessa sala massaggi, come qualche buontempone, con buona dose di fantasia, ancora oggi vorrebbe far credere. Una vexata quaestio che sembra appassionare molto, specialmente negli ultimi tempi, chi si diverte a concionare, con dedizione degna di miglior causa, sulla macabra contabilità. Molto più interessante, invece, è porre l’accento sui reiterati tentativi dello stato unitario a conduzione sabauda di mettere in campo la “soluzione finale”, termine che siamo stati abituati a riferire ad Hitler e che invece è più vecchio di almeno un’ottantina d’anni. E queste, signori miei, non sono fantasione elucubrazioni di un pugno di invasati affetti da inguaribile nostalgia per il bel tempo che fu, ma verità inoppugnabili che vengono fuori da carte, documenti e faldoni conservati negli archivi storici del ministero degli Esteri e della Marina che tutti (o, forse, meglio sarebbe dire, quasi tutti, considerate le enormi difficoltà che si incontrano nella specifica incombenza) possono liberamente consultare. Potrebbe bastare questa singolare vicenda per trarre una doverosa conclusione: i fatti, così come ci sono stati narrati dalla vulgata risorgimentale, non sono altro che una colossale concatenazione di grossolane menzogne. Ed è finalmente arrivato il momento di smascherare tali gigantesche bugie e di riportare la barra del timone a dritta. Magari iniziando proprio a far luce sulle vicende che abbiamo enucleato, che appartengono tutte alla nostra storia e che ci toccano nell’intimo.            (III parte - fine)

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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