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Cesare Gerolimetto, il viaggiatore che si fece fotografo

Una fotografia tempo fa ci ha colpito, raffigura il santuario della Madonna di Monte Berico, appena riconoscibile dietro la foschia e nel controluce di un pallido sole. Il santuario, situato sull’omonimo colle dominante la città di Vicenza, è stato fotografato da Cesare Gerolimetto, fotografo nato nel 1939 nella piccola frazione di Cusinati, nella zona del bassanese. A distanza di tempo, suscitano ancor di più il nostro interesse le sue vicende personali. Una storia d’altri tempi ma che nel mondo della fotografia non è raro ritrovare: quella di chi comincia a fotografare in età relativamente matura. Gerolimetto, infatti, inizia la carriera di fotografo professionista nel 1984, dopo anni di viaggi e di raid automobilistici, come quello che lo portò in giro per il mondo nel 1976. Oltre centottantamila chilometri girando per continenti e regioni che ne decreteranno il riconoscimento dell’albo mondiale dei record. Ma il fuoco sacro della curiosità che lo animava e che traspare fin dal suo sguardo, non poteva limitarsi a percorrere il mondo per diletto e così inizia a fare del viaggiare pure un mestiere. Un percorso parallelo ma di genere diverso che, nel 2011, lo porterà a essere invitato a esporre quattro dei suoi scatti alla Biennale di Venezia. La sua arte è legata alla fotografia geografica, che spesso collima con la fotografia naturalistica, immagini che nel tempo trovano spazio su riviste come Airone, Epoca, Gente Viaggi, Panorama, Meridiani, per poi giungere alle pagine internazionali di Time e, soprattutto, del National Geographic: massimo traguardo per la fotografia di tal genere. Immagini che ritraggono i suoi viaggi intorno al globo e non solo. Nei suoi libri infatti, oltre trenta, si ritrova spesso la terra a lui più prossima, il Veneto, quello più vero, che è possibile osservare solo se lo si osserva da una prospettiva più recondita perché intimamente propria, famigliare. Proprio come l’immagine che alcuni anni fa Gerolimetto scattò a quel santuario del Monte Berico. Quella immagine suscita ancora la nostra curiosità per tanti motivi. Mostra quel luogo sacro come illuminato da una luce misterica seppure in un contesto di materialità. Se a un primo sguardo l’immagine dell’edificio sembra in bianco e nero, a ben vedere, al di là del vago blue in alto del cielo, si coglie l’unico netto colore proprio nel punto dominante, quello al centro, sopra la facciata del santuario, dove il giallo delle vetrate sostituisce quello convenzionale del sole. Un colore che, se per ipotesi si tracciassero le linee trasversali dell’immagine, cadrebbe perfettamente al loro incrocio. In basso si possono osservare le automobili che nulla hanno di sacrale e dunque ci riportano, almeno in parte, alla materialità del mondo, quella dell’umano.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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