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Equipaggiamento, armi e divise del Regio Esercito nella Grande Guerra

All’inizio del 1900 l’Italia aveva un esercito di leva, il sevizio militare obbligatorio poteva durare tre anni ed era rivolto agli uomini abili nelle tre classi di leva, dai 19 ai 38 anni di età. La prima classe poteva prestare servizio per due anni come permanenti, passava nella riserva nei sei successivi, nella milizia mobile per altri quattro e nella territoriale per i successivi sette. La seconda classe prestava servizio per sei mesi, poi rimaneva nella riserva per sette anni e mezzo, come la prima classe. La terza classe rimaneva per 19 anni nella territoriale: in pratica erano solo registrati. Con tale sistema circa il 25% della leva era effettivamente alle armi, con momenti in cui scendeva al 10-12%,  in occasione dei raccolti, delle semine e dei cambi di affittanza agraria. Tra i molti sistemi escogitati per promuovere i cittadini del Regno come un insieme che costituiva l’unità nazionale, fu provato anche intervenendo sulla composizione dell’esercito. Il sistema era così concepito: ogni reggimento era composto da coscritti di due diverse regioni e veniva accasermato in una terza. Terminato il servizio gli uomini tornavano ai loro paesi di origine come riservisti. Se richiamati sarebbero stati aggregati ad un reggimento nella propria regione. L’Italia entrò in guerra con 12 corpi d’armata di due divisioni l’uno. Nel corso della guerra furono aggiunti sempre nuovi contingenti: alla data della battaglia di Caporetto risultavano richiamate 116  brigate con 238 reggimenti.  Caporetto ci costò  circa 300.000 uomini, tra morti, feriti e prigionieri , 3150 pezzi di artiglieria, 1732 bombarde, circa 3.000 mitragliatrici e visti i caduti, i dispersi e i prigionieri, non meno di 300.000 fucili. Armando Diaz, generale sui generis, disposto ad ascoltare tutti, con i piedi per terra e con l’intelligenza di capire gli obiettivi possibili, sciolse alcuni reggimenti allo stremo e ne costituì altri che non avevano vissuto l’orrore della ritirata, individuò gli uomini che volevano reagire alla sconfitta, lasciò agli spiriti più avventurosi di formare piccoli reparti disposti ad azioni ardite. Riorganizzate anche le brigate alpine, nel gennaio del 1918, l’ordine di battaglia poteva contare su 33 divisioni, divisioni motivate, adeguatamente equipaggiate e considerate come composte da uomini, che, benchè soldati, avevano i diritti previsti dallo Statuto Albertino e dal regolamento di servizio. Per cui cessarono le decimazioni, i tribunali militari senza alcuna garanzia e l’arbitrio concesso dopo ogni sconfitta o nel corso di un attacco non riuscito a giudizio dell’ufficiale in comando di passare per le armi i sospetti vigliacchi o imboscati a semplice delazione. Questi uomini si batterono come un sol uomo per la vittoria dell’Italia finalmente nazione di italiani. Le trincee avevano fatto gli Italiani.  Con la chiamata delle classi ’99 e primo contingente del 1900 e numerose richieste di arruolamento di persone con ridotte attitudini militari, a novembre del 1918 avevamo alle armi 5.320.000 uomini. Tale massa formava 9 armate e dava un efficace servizio logistico di supporto nelle retrovie, divise in Corpi d’armata ognuno di 2 divisioni di fanteria, a loro volta su due brigate di 2 reggimenti, completate da 1 reggimento di artiglieria da campagna su ben 8 batterie, 1 gruppo di artiglieria pesante su tre batterie, più unità genio, trasporti e sanità. Balzano agli occhi con evidenza alcuni  elementi  nell’equipaggiamento: le stellette metalliche ai colletti, il berretto mod.1915, detto cupolino o scodellino, con esclusione dei Carabinieri che avevano come copricapo la lucerna, gli alpini che mantenevano il cappello con la penna e i bersaglieri il piumetto in particolari servizi, le giberne, rette in vita dal cinturone per tutti con esclusione delle truppe montate che le portavano a bandoliera. Pantaloni stretti al malleolo dalle fasce mollettiere, camiciotto senza colletto, giubba con collo chiuso, mantellina con la divisa invernale, salvo in alta montagna sostituita con cappotti foderati di pelliccia, scarponcini divisibili in tre categorie, più leggeri per armi montate e servizi, robusti, chiodati, alti fino alla caviglia per fanteria di linea, pesanti e imbottiti per le truppe alpine. Il colore della divisa era il grigio-verde, scelto nel 1909 per annullare le troppo evidenti ed individuabili divise grigie, i pantaloni e azzurro il pastrano del periodo precedente. La dotazione di armi prevedeva per ogni uomo il fucile a ripetizione d’ordinanza individuato come mod. 91  con baionetta da innesto, in calibro 6.5 e serbatoio di sei colpi o il moschetto da cavalleria mod. 91 con baionetta a scatto incorporata, armi che hanno equipaggiato i nostri soldati fino agli anni ’50. Certamente non sfigurarono al confronto con gli Enfield, i Mannlicher, i Mauser, i Nagant, gli Arisaka, i Lebel e gli Springfield. Ogni battaglione nel corso del 1918 era dotato di una compagnia di mitragliatrici con otto armi, una sezione lanciabombe da trincea  o bombarde su 4 armi: per esigenze tattiche si costituivano temporaneamente batterie di bombarde con 12  armi per i calibri più piccoli e otto per i calibri medi o grandi, un plotone lanciafiamme e una sezione zappatori. Ogni compagnia di fucilieri comprendeva due sezioni di pistole-mitragliatrici su due armi. Adeguatamente rifornita di munizioni e bombe a mano la potenza di fuoco di ogni nostra compagnia non era inferiore a quella di altri eserciti. Le truppe montate, gli appartenenti agli autoreparti, carabinieri, sottufficiali e ufficiali, erano dotati di arma individuale corta sia a tamburo, come la vecchia Chamelot-Delvigne, sia  pistola tipo Glisenti. Ovviamente la cavalleria era armata di sciabola e di lance, limitatamente ai lanceri. Per tutti elmetto tipo Adrian alla francese, maschera antigas, di tipi diversi con grandi miglioramenti nel tempo, un quarto di telo da tenda per uso individuale o in gruppo di quattro a formare una tenda completa, zaino, tascapane, borraccia in alluminio, bicchiere, posate e gavetta in due parti  una grande e l’altra a chiusura a scatola. La gavetta degli alpini era più capiente del 30%  in quanto doveva contenere una maggiore quantità di cibo, come previsto dal regolamento. Il vestiario poteva contenere pancere, corsetti di lana, guanti, sciarpe, passamontagna, la coperta individuale, arrotolata sullo zaino, e l’equipaggiamento comprendeva il mannarese, specie di mannaia da tenere appesa con la baionetta, la vanghetta, la zappa-piccozza, il piccozzino e per gli alpini l’alpenstock, per  situazioni particolari corde da scalata, chiodi, racchette, ramponi, sci e tute mimetiche. Dopo le prime esperienze negative e, soprattutto, con il 1918,  il Corpo Sanitario dell’esercito  ebbe una organizzazione efficiente e capillare: 48.000 posti in ospedali di retrovia e 200.000 in stabilimenti di riserva, la Croce Rossa Italiana aveva mobilitati oltre 2.300 ufficiali  medici, 9.500 assistenti di sanità e più di 1000 infermiere volontarie, coordinate dalla duchessa d’Aosta, organizzò  65  ospedali ordinari,  3 divisioni chirurgiche mobili, 4 sezioni di pronto intervento, 32 ambulanze di montagna, 24 treni ospedale, all’interno del paese  aprì 200 ospedali di convalescenza serviti da 1900 ufficiali, 5800 militi e 7.000 crocerossine. A questo settore diede il suo apporto il personale dei Cavalieri di Malta e la Croce Azzurra. Alcune ambulanze furono donate dagli americani che fornirono anche il personale di servizio: di questi faceva parte Ernst Hemingway, che ambientò il romanzo “Addio alle Armi” sul fronte del Piave. Con il Piave e Vittorio Veneto, il soldato italiano dimostrò di non essere inferiore agli altri combattenti se motivato, adeguatamente equipaggiato e guidato da ufficiali che li consideravano soldati e non carne da macello. Il Piave e il suo significato, Diaz, epigono di una classe militare meno classista, meno timorosa del progresso sociale, che pur nelle differenze gerarchiche in ogni soldato vedeva l’uomo, avevano compiuto il miracolo  che la guerra non era “dellu re”, ma riguardava tutta la nazione, di cui tutti erano parte.         

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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