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a gorizia stele

Il sangue copioso dei Carabinieri Reali bagnò l'arida cresta del Podgora

Il nome sloveno di un villaggio, Podgora, ignorato dalle carte geografiche, assume un significato emblematico per l’eroismo del reggimento mobiltato dei Carabinieri Reali nel 1916. Con lo stesso nome è designata la zona che si  immagina come una vetta di imponenza alpina, invece è una gobba collinare ampia in vista di Gorizia, non più alta di 241 metri. Un terreno tormentato e parte boschivo e intricato. Il villaggio, oggi frazione di Gorizia, in italiano si chiama Piedimonte del Calvario e l’altura è il Monte Calvario. Un nome, singolare la casualità, doloroso e glorioso insieme. Dopo i primi successi che avevano portato il Regio Esercito  oltre l’Isonzo sulla soglia della città giuliana, la resistenza delle truppe austriache, in maggioranza formate da croati e bosniaci, aveva imposto una battuta d’arresto, in particolare sulle posizioni fortificate del monte Sabotino a nord e del Podgora a sud. Pur modeste in altezza, le formazioni collinari dominavano comunque la pianura, costituendo due teste di ponte sulla riva destra del fiume nello schieramento italiano. Il Reggimento Carabinieri Reali mobilitato, forte di 2.565 militari su tre battaglioni, la sera del 4 luglio 1915 riceve l’ordine che il reparto con i battaglioni II e III si rechino a Cormons di recente conquistata. Agli ordini del maggiore Italo Franchi e del tenente colonnello Teodoro Pranzetti, in tutto 1.600 uomini, partono in treno il 5 seguente. Il 6 devono marciare verso i trinceramenti sulle alture della località Lora Podgora di fronte alla famigerata quota 240 ben difesa dagli austroungarici, per dare il cambio al 36° Reggimento Fanteria della Brigata “Pistoia”. A notte fonda i carabinieri rilevano i fanti. Anch’essi sono fanti: ne vestono l’uniforme, ne indossano le buffetterie, stringono il lungo fucile modello 91 con la baionetta a pugnale, ne condividono la sorte, le fatiche e il pericolo. Questo tratto di fronte sul Podgora era diviso in due settori di circa di 200 metri: a destra vi era una prima trincea coperta a 150 metri da quella nemica. In posizione arretrata di 50 metri ve ne era una seconda. A sinistra vi era un’unica trincea scoperta. Gli austroungarici dominavano nettamente la posizione con le loro artiglierie poste oltre l’Isonzo, sul monte San Gabriele, sul monte San Daniele e sul monte Santo, nonché col fuoco coperto di fucileria e mitragliatrici. La situazione era molto difficile: per le armi, i nostri erano carenti di armi da accompagnamento, per la situazione ambientale anche dal punto di vista sanitario, visto che la zona era ricoperta di cadaveri insepolti ed escrementi. Il 10 luglio cominciarono a registrarsi i primi casi di malesseri gastrointestinali. I Carabinieri, insieme a genieri e minatori dell’esercito, cominciarono subito a scavare camminamenti di approccio per avvicinarsi alle trincee nemiche prevedendo un prossimo attacco. Il resoconto che segue è una parafrasi dei diari delle unità impegnate, precisi, esaustivi, puntuali. Ogni ricostruzione di fantasia sarebbe stata ingiusta e inadeguata. L’ordine venne per il 19. Nel frattempo il fuoco nemico, che colpiva senza sosta insieme alle malattie, aveva assottigliato sensibilmente le file dei Carabinieri che a questo punto potevano contare su 1.333 uomini. Il piano di attacco prevedeva per il reggimento Carabinieri Reali prima di appoggiare l’avanzata dell’11º Reggimento Fanteria “Casale”,  alle ore 11.00, di assaltare la cima dopo breve preparazione di artiglieria. Il 18 luglio, coi primi raggi solari, furono approntate una serie di azioni preparatorie. Ore 6.30: 10 carabinieri e 10 genieri effettuarono una sortita per distruggere i reticolati nemici e aprirono un varco di una decina di metri in quanto fatti oggetto di fuoco a contrasto. Ore 13.00: dopo di loro, una squadra di Carabinieri volontari aprì con le pinze un altro varco nei reticolati. Alle 10.20 del 19 luglio iniziò l’attacco vero e proprio con la batteria da 75 mm a colpire le trincee nemiche di sinistra dove erano poste le mitragliatrici. Nel frattempo il 3º Battaglione dispose le sue tre compagnie su tre linee. Il 2º Battaglione, rinforzato da una compagnia del 36º Reggimento fanteria, in parte appoggiò il 3º, il resto fu posto di riserva con il compito di appoggiare con il proprio fuoco l’attacco dell’adiacente 12º Reggimento fanteria ma l’azione fallì, pur inutilmente reiterata due giorni dopo. Come previsto, alle ore 11.00, l’8ª Compagnia, al comando del capitano Vallaro, balzò dalla trincea, seguita a 30 metri dalla 7ª del tenente Losco e, ad altri 30 metri, dalla 9ª del capitano Lazari. Contro i Carabinieri si scatenò immediatamente un intenso fuoco nemico che rallentò fino ad arrestare l’avanzata della 7ª Compagnia, rimasta ben presto priva del comandante, ferito a morte (il tenente Losco va ricordato come il primo ufficiale dei Carabinieri morto in battaglia durante la prima guerra mondiale). Alcuni elementi dell’8ª Compagnia riuscirono a sopravanzare i compagni della 7ª, attestandosi a ridosso dei reticolati nemici. La 9ª Compagnia, a sua volta, riuscì ad avanzare fino dove già la 7ª e l’8ª erano state fermate pur subendo gravi perdite, fra cui lo stesso capitano Lazari, gravemente ferito. Riorganizzati i superstiti, venne lanciato un nuovo attacco alla baionetta che portò i Carabinieri a pochi metri dai reticolati nemici, in una piega del terreno. Ma l’azione costò cara e la posizione si rivelò assai precaria tanto che dopo pochi minuti furono feriti, tra gli altri, il tenente colonnello Pranzetti e i tenenti Parziale e Struffi. Le gravi perdite impedirono al 3º Battaglione di continuare l’azione, così alle 13.00 entrarono in azione le compagnie 4ª e 5ª del 2º Battaglione. L’intenso fuoco nemico però consentì solo a pochi elementi di ricongiungersi con i sopravvissuti del 3º Battaglione: fra i primi feriti furono i tenenti De Dominicis e Ciuffoletti. In rincalzo intervenne anche il 2º battaglione del 36º Reggimento fanteria, che non riuscì però ad avanzare. Nel frattempo sulla sinistra il nemico aveva ricacciato un attacco del 1º Reggimento fanteria, riuscendo anche a conquistare una posizione favorevole per colpire alle spalle i Carabinieri giunti sotto i reticolati. Vista la situazione, alle 15.00, ai Carabinieri fu ordinato di attestarsi alla meglio sulle posizioni così a caro prezzo conquistate e prepararsi per sostenere un eventuale contrattacco nemico. Si progettò anche di rinnovare l’attacco con l’intervento il 2º battaglione del 36º Reggimento fanteria, ma pochi minuti prima dell’ora stabilita l’ordine venne revocato dal comando del VI Corpo d’armata perché, in considerazione delle perdite già subite, si reputò necessario preparare il nuovo attacco con un più efficace fuoco di artiglieria. Alla quota 240 alle 18.00 fu compiuto lo sgombero dei feriti. Approfittando dell’oscurità della notte, alcuni Carabinieri volontari si occuparono del recupero e della sepoltura dei caduti. La giornata si concluse con 53 morti, 143 feriti ed 11 dispersi. Il 36º reggimento fanteria, in linea sul Podgora già dal 3 giugno, ebbe in questi primi giorni di conflitto 58 caduti, 286 feriti e 14 dispersi. Il Podgora, emblema del valore e del sacrificio sfortunato di tanti umili eroi, fu conquistato l’anno successivo aprendo la strada per Gorizia. Conquistata sulla punta delle sciabole dallo squadrone dei Reali Carabinieri, che conclusero l’opera dei loro fratelli in armi dell’anno 1915. Agli eroi del Podgora furono attribuite, quali ricompense al valore: 9 MAVM, 33 MBVM e 13 Croci di Guerra.

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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