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a San Giovanni Incarico petrolio

Quando da noi zampillava l'olio "che dicesi petrolio"

Qualche tempo fa i mass-media hanno riferito dell’iniziativa di una società inglese, la “Pentex Italia Limited”, che stava cercando di ottenere l’autorizzazione per avviare nelle campagne di Anagni alcuni saggi di scavo alla ricerca di giacimenti petroliferi. La cosa ha destato enorme curiosità nell’opinione pubblica nostrana non abituata ad avere familiarità con pozzi, trivelle ed altri marchingegni connessi alla ricerca dell’oro nero. Eppure il sottosuolo della provincia di Frosinone è stato da sempre impregnato di preziosi minerali. Mons. Rocco Bonanni, provetto studioso e ricercatore, nelle sue “Monografie Storiche” (Isola del Liri 1926), così scrive: “Molti ignorano che le nostre contrade hanno un sottosuolo ricco di minerali… Infatti abbiamo l’asfalto in Colle San Magno e Terelle; la lignite e la mica a S. Padre; il petrolio a San Giovanni Incarico, Pico, Castro dei Volsci, Ripi; l’alluminio a Pescosolido; il rame a Morino ed a Teano; lo zolfo a Suio; il ferro a Settefrati, Picinisco ed altrove. Né si dica che se le miniere fossero di buona quantità e qualità, i romani le avrebbero sfruttate, perché i nostri antenati la sapevano lunga a questo riguardo. Un decreto del Senato proibì lo sfruttamento delle miniere in Italia per averle come riserva quando sarebbero finite quelle delle regioni lontane”. Lo stesso sacerdote  aquinate parla anche di alcuni giacimenti d’oro esistenti tra i monti di Canneto che nella prima metà del secolo scorso attirarono in loco parecchi “cercatori di pepite”. Una realtà ricca, dunque, anche se poco o niente sfruttata. Ad eccezione, forse, del petrolio. A Ripi, tanto per iniziare, nella zona chiamata “San Giovanni”, si iniziò a trivellare il terreno già nel 1868. Fu nel primo decennio del secolo scorso, però, che l’attività di estrazione, gestita dalla “Compagnia Petroli Laziali”, iniziò ad essere portata avanti in maniera sistematica. In seguito subentrò l’Agip che estese notevolmente le ricerche moltiplicando il numero dei pozzi che prima del secondo conflitto mondiale erano una quarantina. Ben presto il complesso ripano de “le Petroglie” diventò una delle “icone” del governo fascista dell’epoca, tutto improntato a perseguire una politica autarchica anche in tema di reperimento di energia e di materie prime. Non a caso, qui, nel 1942, in pieno secondo conflitto mondiale, venne in visita, in pompa magna, Benito Mussolini. Gli effetti disastrosi della guerra, però, frenarono bruscamente lo sviluppo del giacimento petrolifero ciociaro. A ciò poi si aggiunga che i tedeschi, ritirandosi verso il nord Italia incalzati dalle truppe anglo-americane, chiusero i pozzi e resero pressoché inservibili i macchinari. Cessate le ostilità il bacino venne riattivato anche se non riuscì più a raggiungere la consistenza di un tempo. Attualmente è gestito dalla stessa società britannica che sta facendo i saggi di scavo ad Anagni. Il petrolio era presente, e in discreta quantità, anche nel territorio di San Giovanni Incarico. Già Pasquale Cayro, agli inizi del XIX secolo, così annotava: “Non deve però tralasciarsi di far menzione di una fonte dove scaturisce olio che dicesi petrolio, producendo l’istess’effetto dell’olio del fasso, e di quello che si chiama di Santa Giustina di Padova, essendo molto giovevole a ragazzi per i vermi. Si è ora coperta per non farsene conto dagl’ignoranti, ma si raccoglie, facendosi un fossetto, e con empierlo d’acqua, sopra la quale poi si raduna l’olio, ed il sito si chiama fosso della Petrogliara”. Cento anni dopo e anche di più, lo stesso mons. Bonanni tornava di nuovo sull’argomento: “Circa la ricchezza del sottosuolo di S. Giovanni Incarico è da notare qualche cosa di speciale per ciò che si riferisce al petrolio. Si rammenti ciò che dice il Cairo che cioè ai tempi suoi, in tenimento di S. Giovanni Incarico, sul finire del secolo XVIII ‘dagli ignoranti’ era stato ricoperto un fosso detto ‘la petrogliara’, dove veniva fuori del petrolio. Dopo il 1870 una Società Milanese invitò il celebre abate Stoppani a recarsi a S. Giov. Incarico, Pico, Colle S. Magno ed altrove, perché sopra luogo facesse delle osservazioni scientifiche. L’illustre scienziato dichiarò che i tenimenti di S. Giov. Incarico e Pico erano un vero bacino petrolifero. Si cominciò l’estrazione del petrolio e le cose andarono benissimo tanto che la Società Compagnone fabbricò una distilleria sulla Civita-Farnese poco prima del ponte sul Liri, verso Isoletta. Si lavorava con attività nell’estrazione; il petrolio veniva fuori da un pozzo artesiano in tanta quantità da non avere più recipienti in cui riporlo; si credette opportuno otturare provvisoriamente il pozzo. Quando si riaprì il petrolio era scomparso. Si fecero dei saggi da per tutto ma con esito sfavorevole. Auguriamoci che la nuova Società Petrolifera sia fortunata nel rintracciare le correnti sotterranee”. Va sottolineato che il primo pozzo a San Giovanni Incarico fu realizzato nel 1872 e venne chiamato “Stoppani” in omaggio al celebre geologo che ne aveva consigliato lo scavo. Nel 1878 si giunse ad una produzione di 4.454 quintali di petrolio dei quali 2.236 dati dal pozzo di “Sant’Antonio”. Nel quindicennio 1873-1888 la produzione complessiva fu di 9.014 quintali; in seguito la quantità andò diminuendo. Nel 1914 la miniera fu acquistata dalla società “Petroli d’Italia” di Milano: le trivellazioni vennero effettuate con criteri moderni ed estese fino a notevoli profondità. Alla metà degli anni trenta la società milanese aveva scavato 23 pozzi nella zona della “Petroliara” e altri due nella “Farnesina”, nel comune di Pico. Si trattava di un complesso di ben 11.300 metri di perforazione che se non offriva risultati molto importanti dal punto di vista industriale, dimostrava, tuttavia, l’ampia estensione del giacimento petrolifero. Nel ventennio 1915-1935 la produzione complessiva fu di 160.000 quintali. Il petrolio che si estraeva era molto nero, denso (0,998) ed era pompato dalla maggior parte dei pozzi emulsionato con forte percentuale di acqua. Le operazioni di disidratazione venivano fatte in loco riscaldando il prodotto greggio sotto leggera pressione. Il giacimento principale si trovava a 430 metri di profondità. Dopo il 1935 la società provvide ad estendere le ricerche e i saggi nelle zone limitrofe, pur non cessando di sviluppare il giacimento iniziale. Anche in questo caso, però, la guerra bloccò tutte le iniziative. I pozzi vennero abbandonati e sull’attività estrattiva calò malinconico il sipario. Il prezioso “oro nero” tornò così a nascondersi nelle oscure viscere della terra.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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