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Roma 1943, la vera storia di Celeste di Porto

E’ il 13 marzo 1981: il quotidiano romano Il Messaggero pubblica in un trafiletto il decesso di Celeste di Porto. Celeste era un’ebrea che viveva nel Ghetto di Roma. Era nata nel 1925 in via della Reginella 2, una stradina posta al centro di questo quartiere voluto da papa Paolo IV per racchiudere in un unico ambiente gli ebrei romani. Un quartiere che divenne tristemente noto all’interno della Città Eterna, considerato ricettacolo di eretici, segnati da Dio e feccia della società. Un quartiere che diventò simbolo della barbarie nazista quando il 13 ottobre 1943 vennero catturati 1.022 ebrei e deportati nei campi di concentramento. Di essi soltanto 7 tornarono vivi. Uno di loro venne ucciso mentre passeggiava in centro da un soldato americano ubriaco. Celeste durante i mesi di occupazione tedesca a Roma, periodo ancora oscuro e con aspetti ancora tutti da chiarire, aveva soltanto 18 anni. La sua colpa era quella di essere bellissima. Le cronache la descrivono alta, con un petto opulento, capelli corvini, occhi neri, lo sguardo intenso e un carattere allegro. Celeste però aveva anche un altro difetto: quello di essere  gioviale. Per quella comunità ancestrale, vincolata a tradizioni ataviche, la sua bellezza e il suo carattere allegro avevano solo un significato: una ragazza dai facili costumi troppo disponibile con gli uomini. Questa falsa nomea accompagnò Celeste per tutta la sua giovinezza. “Stella di Piazza Giudia” era il suo soprannome: tutti la chiamavano così proprio per la sua ingombrante bellezza. La chiamavano anche la “Pantera Nera”, nome che evocherà per lei crimini forse mai commessi contro gli ebrei del ghetto. In Piazza delle Cinque Scole, un tempo Piazza Giudia, al centro del Ghetto, vi era una trattoria chiamata “Il Fantino”, oggi scomparsa, frequentata abitualmente da fascisti romani, dove lavorava Celeste come cameriera. Lì conobbe un giovane molto più grande, Vincenzo Antonelli, con il quale iniziò una assidua frequentazione di amicizia e forse di comunanza di idee. Era un fascista appartenente ad una delle formazioni paramilitari che operavano indisturbate in quel periodo a Roma, alle dirette dipendenze della Gestapo e fuori dal controllo della Repubblica Sociale Italiana. Erano formazioni autonome composte da pregiudicati e delinquenti comuni. Antonelli faceva parte della banda Pollastrini e Bardi che aveva la sua sede operativa a Palazzo Braschi. Operavano razzie, furti, estorsioni ed erano specializzati nella caccia agli ebrei che rivendevano ai tedesch. Insomma erano dei criminali mascherati da fascisti. Vincenzo Antonelli era uno di loro, uno dei più accaniti nella ricerca di ebrei da vendere ai nazisti, un affamato di danaro, un autentico criminale. Verrà processato come criminale di guerra e giustiziato come tale appena Roma fu liberata, quando iniziarono i grandi processi contro i collaborazionisti. Celeste era una sua amica e nell’immaginario collettivo della comunità ebraica venne subito tacciata di essere la sua amante e soprattutto la sua complice, correa dei suoi vergognosi reati. Non a caso Celeste fu accusata di avere venduto anche lei, in concorso con l’Antonelli, numerosi ebrei. Ma queste accuse però non furono i reati che le vennero contestati nel decreto di citazione a giudizio dinanzi la Corte di Assise di Roma, nel 1947. Non le venne contestato il reato di collaborazionismo e di intelligenza con il nemico invasore, reati tipici che venivano addebitati a coloro che avevano avuto rapporti diretti con i nazisti durante il periodo di occupazione, reati gravissimi che nella maggior parte delle fattispecie comportarono condanne alla pena capitale. Intorno alla figura di Celeste di Porto, vittima sicuramente delle sua prorompente bellezza e del suo spirito libero poco conforme agli schemi chiusi e tradizionali di quella società retrograda, si alimentarono leggende nere, che spesso si confusero con tragiche realtà dove la verità dei fatti non venne mai cercata. Tutta la sua triste storia di ragazza venne volutamente dimenticata, la sua memoria ed il suo ricordo fu tragicamente allontanato a tal punto che ancora oggi, all’interno della comunità ebraica, in quel ghetto romano alla spalle della grande Sinagoga, meta di turismo e pieno di locali, il suo nome evoca una tragedia. Celeste di Porto, infatti, è ancora la ragazza ebrea che vendeva altri ebrei, un personaggio da oscurare nella storia di quel periodo pieno di misteri ancora irrisolti che fu l’occupazione nazista a Roma. Subito dopo la liberazione della Città Eterna, il 4 giugno1944 Celeste fuggì rifugiandosi a Napoli dove per sopravvivere esercitò la prostituzione in una casa di tolleranza. Fu scovata e tradotta alle Mantellate, il famoso carcere romano femminile. Venne processata e condannata alla pena di 12 anni di reclusione dei quali ne scontò pochi. La sentenza di condanna lascia molti dubbi interpretativi, dubbi che nessuno volle mai approfondire. Il suo nome doveva essere cancellato dalla memoria storica. Ma la vera storia di Celeste di Porto non è quella che racconta la tradizione. Nasce con un importante incontro presso il carcere romano. La sua vera storia è tutta scritta intorno alla fine degli anni ‘40 quando si convertirà al cristianesimo. Un momento importante per la sua vita che forse alimentò il suo voluto oblio.                

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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