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Diario Settimanale / Quelli dell’ultima resistenza

«I prossimi cinque anni continueranno a essere estremamente impegnativi»: ha messo le mani avanti Mike Manley, nuovo ad di Fca, nello scrivere la lettera ai dipendenti del gruppo a poche ore dalla diffusione dei dati relativi alle vendite italiane in settembre: una debacle senza precedenti (-40,3%), soprattutto per il marchio Alfa Romeo (-63%). La tendenza negativa era nell’aria. Nel computo totale dei primi nove mesi dell’anno in corso, infatti, sono state circa 398mila le vetture immatricolate. Il calo rispetto allo stesso periodo del 2017 è stato del 10,56%. L’inerzia, si sa, è il contrappeso all’innovazione: regge fino a quando la prudenza ha un senso. Dopo di che viene travolta da un cambiamento che può apparire decisamente feroce. Perché non risparmia chi indugia, travolgendolo. La nomina del torinese Pietro Gorlier, a capo delle attività del gruppo in Europa, dovrebbe attenuare i timori che la casa automobilistica possa allontanarsi dalle radici storiche torinesi e italiane. Oltretutto Manley ha confermato il piano industriale lasciato da Marchionne, lungo il quale non si può che andare avanti. Ma i tempi sono maturi perché l’annuncio delle due nuove vetture destinate al sito di Piedimonte avvenga al più presto, prima che con la cassa integrazione si torni a stringere cinghie ed i 500 precari rinuncino alla speranza. Nessuna nuova piattaforma al momento è partita nelle officine cassinati. Che, caro Manley, non possono trasformarsi in sale d’attesa.
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La campagna elettorale per il rinnovo della presidenza della Provincia di Frosinone è distante dai cittadini - visto che a votare vanno solo consiglieri comunali e sindaci - ed anche scarsamente interessante per i temi sollevati dai protagonisti. Il presidente uscente Antonio Pompeo e lo sfidante Tommaso Ciccone. Il primo di centrosinistra ed il secondo di centrodestra, con l’assenza dei Cinquestelle a sottolineare che parliamo di cose già impolverate, anche se devono apparire brillanti.
Basta ascoltare argomentazioni e scambi fra i due protagonisti - che pur si impegnano nelle loro parti - per comprendere che parliamo di supercazzole a proposito di un ente che ormai non conta nella vita dei cittadini. O, meglio, conta solo in quanto portatore di poteri delegati dalla Regione. Tutto dipende da Roma: Zingaretti o Conte e vicepremier. Tra loro ed i Comuni c’è il deserto istituzionale e decisionale. Lo Stato a due altezze è l’immagine plastica di una democrazia in crisi, in cui si può fare a meno di organi di rappresentanza intermedi e si tenta il grande salto verso il rapporto diretto fra leader ed elettori. Un po’ come lo si fa dribblando sindacati, partiti tradizionali e media, perché le contrattazioni sono inutili, le riunioni di sezione inconcludenti ed i giornali li leggono solo i vecchi. L’unico problema è che la linea diretta tra Roma ed i territori, almeno quelli periferici, non funziona. La sanità che non salva vite, il sistema rifiuti inquinante e sgangherato, la gestione idrica costosa e inefficiente, l’inquinamento senza bonifiche vengono scaricati senza preoccupazio­ne sulle aree demograficamente meno offensive. Le decisioni, oltretutto, vengono assunte senza necessità di confrontarsi con chicchessia: l’hanno fatto i dirigenti regionali autorizzando siti di trattamento rifiuti tra Anagni e Cassino - lungo il corridoio delle polveri ultrasottili e degli inceneritori e discariche -, mentre la politica si girava dall’altra parte e lo ha fatto lo stesso Zingaretti stabilendo che la Asl di Frosinone non ha diritto al Dea di secondo livello ma deve restare commissariata; decretando di chiudere i consorzi industriali, di farne uno e affidarne il commissariamento a De Angelis perché utile per le fasi congressuali Pd. Se questa non è devianza autoritaria cos’è?
Nell’Italia centralizzata per volere di un ex secessionista e di un fautore della democrazia diretta, al termine di un “duro lavoro” portato avanti da Berlusconi e Renzi, la discussione e la critica vengono limitate o bollate come superflue. Accogliamo con piacere i soldi quando vanno finalmente agli ultimi anche se con una certa impostazione da Stato etico. Ma dobbiamo sorbirci, tra l’altro, anche intolleranza per i rifugiati, un condono e meno tasse ai ricchi. Tant’è. Per questo il confronto tra Pompeo e Ciccone si trasforma in macchietta. Perché hanno ben poco da decidere una volta a Palazzo Iacobucci, chiunque sarà il vincitore. Il centralismo romano è trasversale e onnicompren- sivo. Sopprimere la complessità è la sua missione. Per fortuna impossibile.
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Le storie poi ci riportano al Paese che soffre e reagisce, quello dove si moltiplicano gesti di solidarietà e si cerca di lenire il dolore altrui. Mimmo Lucano, sindaco di Riace, ha trasgredito la legge, non per arricchirsi, ma per salvare uomini e donne, finendo agli arresti domiciliari; Gilberto Bascheria, ex direttore di banca friulano, ha perso posto di lavoro e casa perché sottraeva denaro ai conti correnti opulenti per prestarlo a persone in difficoltà. Non ha trattenuto per sé un solo euro ma quei soldi non sono tornati indietro perché i beneficiati non li hanno restituiti. Si è scusato con tutti ed ha concluso: non lo rifarei, ho pagato un prezzo troppo alto. Si può resistere all’imbarbarimento ed alla caduta del Paese opponendosi a norme ingiuste? Rigettando decisioni inique? Combattendo privilegi e rendite accesi sulle spalle della comunità? E’ il tema di queste stagioni. In cui è sempre più difficile assuefarsi ad un clima sociale reso insopportabile e non ci si può solamente lagnare.
Da L'inchiesta - Quotidiano di Sabato 6 - Domenica 7 Ottobre 2018 - Anno IX - Numero 192

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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