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Nella periferia di una grande città italiana, bambini che giocano tra i rifiuti Nella periferia di una grande città italiana, bambini che giocano tra i rifiuti

Sconfiggiamo la povertà. Quale povertà?

Sconfiggiamo la povertà. Quale povertà?

Da qualche tempo si è tornati a parlare di povertà. Per alcuni è stata ed è un’opportunità elettorale, per altri un modo come un altro per dire quale sia la collocazione puramente geografica nella cartina della politica, per i diretti interessati è invece una condizione di cui non sempre si è consapevoli.

Chi sono i poveri? La domanda non è retorica e nemmeno la risposta è scontata. Numerosi Premi Nobel dell’Economia hanno dato la loro specifica risposta e suggerito metodi per analizzare e contrastare la povertà. Gli accademici analizzano, studiano la povertà a livello mondiale, ovviamente. A noi oggi interessa guardare più nel nostro orto casalingo: l’Italia.

Chi è povero oggi in Italia?

Chi non può fare pasti completi, chi vive in una baracca o sotto un ponte. Chi non si può curare, chi non può andare dal dentista. Chi non può frequentare la scuola che vorrebbe, chi deve ripiegare su un lavoro sottopagato. Chi vorrebbe fare un altro lavoro, chi consegna pizze in bici. Chi lavora tutto il giorno, chi lavora tutte le notti. Chi non lavora, chi non cerca un lavoro. Chi ha un disabile in famiglia, chi alla vecchiaia si ritrova solo. Chi deve emigrare dopo la laurea, chi emigra per studiare. Chi ha perso tutti i risparmi che aveva in banca, chi i risparmi non li ha mai avuti. Chi ha troppi soldi, ma non vuole pagare le tasse. Chi ha la residenza in Svizzera, ma vive in Italia. Chi non ha la seconda casa per le vacanze, chi non ricorda quante case ha. Chi vive in una zona terremotata. Chi ricostruisce le case dopo i terremoti e per questo ride. Chi veste NO logo, chi compra ai mercati di quartiere. Chi veste solo LOGO. Chi non ha la cittadinanza, chi è clandestino. Chi vive in una città inquinata, chi lavora in una fabbrica che inquina. Chi è in carcere, chi è ai domiciliari. Chi vive davanti alla TV o incollato al telefonino. Chi passa le sue giornate a giocare, chi si droga, chi beve. Chi gestisce le piazze di spaccio, chi è a capo di un clan. Chi è malato, chi è sempre stanco. Chi non va alle feste, chi non è invitato a nessuna festa, chi passa di festa in festa. Chi si è arreso. Chi non pensa più.

La povertà può avere tante facce. Può nascere da tante situazioni diverse. Può nascondersi in diverse pieghe della vita di una comunità, quando c’è ancora una comunità. Perché se mancano le comunità potrebbe diventare povero l’intero Paese, povero di idee, povero di stimoli, quindi senza possibilità di crescere.

E il Prodotto Interno Lordo? Il PIL è un’altra storia. E’ una misura contabile, anzi, un assunto contabile molto comodo per la ragioneria di Stato e per tutti i confronti con gli altri Paesi, ma riguardo la sua reale valenza riporto una storiella del Premio Nobel per l’Economia nel 1998 Amartya Sen di uova e frittate. “È più ricco un paese che fa una frittata con due uova da dieci euro, oppure uno che ne fa una con cinque uova da tre euro? Il Pil cresce quindi di più con la frittata più piccola, che sfama di meno.” Ovviamente la storiella serve per evidenziare che il PIL non può essere l’indicatore del benessere e del progresso sociale. Ne sono convinti anche un altro Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz e l’economista Jean Paul Fitoussi.

Si continua però ad utilizzare il PIL così come si continua ad utilizzare il petrolio: le nostre economie sono basate su convenzioni numeriche condivise e sul petrolio. Cambiare regole contabili e fonti energetiche significa rimettere tutto in discussione, interi sistemi ed organizzazioni. Quindi diventa più comodo ed utile, per coloro che siedono ai vertici, continuare così. Però rischiamo di farci molto male. Sarebbe il caso di cominciare a pensare che cambiare si può ed anzi si deve.

Nelle prossime settimane ci confronteremo su povertà, benessere e progresso sociale. Non per dare ricette o elargire pillole di moralismo. La realtà è talmente complessa ed ampia che non vogliamo porci al di sopra, ma dentro, per guardarla negli occhi.

Anna Maria Tedeschi

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