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Diario Settimanale / C’era una volta e c’è ancora

In campo sono rimaste le macerie della sinistra e nessun muratore in grado di rimettere su qualche tramezzo. Nel week end che inizia, Nicola Zingaretti tenterà di utilizzare un po’ di frasi ad effetto per spacciare la sua opera ed il modello Lazio come esempi del cambiamento possibile. La svolta che dovrebbe contrastare populismi e sovranismi. Ma il Lazio non è mai stato un modello, e resta ancora oggi una regione dominata dalle inefficienze anacronistiche di una capitale europea, sempre più simile per qualità di servizi a quella di un Paese in via di sviluppo. Zingaretti s’è piantato anima e core in via Cristoforo Colombo ed ha governato la provincia e la regione abbandonando le periferie, tagliando tutto quel che si potesse pur di preservare il centro, strizzando l’occhio agli elettori dell’Urbe.
L’esempio della mobilità in deroga per l’area di crisi Frosinone - Anagni è illuminante. La Regione in febbraio - a ridosso delle elezioni - sigla un patto coi sindacati assicurando l’ammortizzatore sociale per i 4 scaglioni dei circa 1200 lavoratori che terminavano i sostegni al reddito nel corso dell’anno. Ora si scopre che mancavano le coperture finanziarie e che l’intesa - come ricorda Gino Rossi - aveva un valore elettoralistico. Risultato: niente indennità per tre scaglioni su quattro. C’è da arrossire. Come per l’operazione del sesto Ato in fatto di gestione idrica, servito solo a far balenare il miraggio che il territorio potesse sganciarsi da Acea o, quanto meno, ridiscutere le condizioni della gestione. Per non parlare delle vicende della sanità ridotta in provincia a tre ospedali e trasferimenti salvavita a Latina o Roma; come per il ciclo dei rifiuti che sta clamorosamente implodendo con impennata solo dei costi a spese dei cittadini e dell’inquinamento.
Un fallimento in cui sorridono solo i profittatori che non mancano mai e si annidano nelle posizioni inattaccabili (per necessità furbamente create), perché fortificate dalle lobby e dalle connivenze estese e trasversali.
Intanto il governo giallo-verde continua a sembrare un cambiamento che almeno conforta, come un soffio di vento sotto al solleone.
Se non fosse che ci sta indebitando ancora di più il futuro e che non svanisce il sospetto che gli attacchi indiscriminati alla stampa nascondano un nuovo fascismo strisciante. Sparare al cane da guardia del potere è sport ricorrente nel tempo e in tutte le parti dell’emisfero. La democratura non l’abbiamo inventata tra le Alpi e la Sicilia. Non è certo una grande novità. Ma non serve neppure stracciarsi le vesti o essere isterici. Il problema non è tanto la sopravvivenza della nostra e di altre 63 testate locali in Italia. Perché è davvero prioritaria la speranza che il Paese si rialzi dalle stagioni della peggiore politica vissuta dal dopoguerra; una aspettativa riposta soprattutto nei giovani che siedono oggi a Montecitorio e Palazzo Madama. Che non devono considerarsi in perenne campagna elettorale, anche per il fatto che non esistono alternative politiche all’attuale maggioranza e neppure opposizione in Parlamento. Ai nuovi spetta responsabilizzarsi di fronte alla complessità e ragionare sul da farsi un attimo dopo aver compreso la realtà, con le sue differenze. Migliorare significa applicare la meritocrazia e la conoscenza. Sistemare parentele e amicizie universitarie in posti ministeriali è il metodo usato fino ad oggi. Non è, quindi, neppure questa una grande svolta.
La sorpresa vera sarebbe che la vendetta politica si trasformasse in giustizia per gli ultimi (c’è un reddito morale da distribuire in questo Paese stremato prima ancora di quello materiale). Che i veleni sparsi a larghe mani utilizzando la macelleria social si tramutassero in vitamine energetiche per la democrazia. Che non fosse lasciato solo quel vecchio democristiano di Mattarella, a presidiare il primo bene comune del Paese. Che non si consegnasse ad un solo carabiniere coraggioso l’onere di salvare la faccia alle istituzioni, infangate dalla violenza gratuita su un giovane arrestato per droga e oltraggiato dalla menzogna di Stato.
Altrimenti viene da pensare che il disegno non sia quello di salvare la nazione, ma solo la stella di qualcuno. Anche questa sarebbe una storia già scritta, nota e per niente avvincente. Anzi, decisamente noiosa oltre che dannosa per tutti.
Ora gli storici ci spiegano - anche in casi di rivoluzioni vere e proprie - come per quanto distruttiva e discontinua possa essere una transizione, nessun regime nasce in un vuoto storico e istituzionale.
La transizione italiana è stata caratterizzata dalla vittoria netta e schiacciante del nuovo sul vecchio, cancellando e facendo sbiadire le differenze tra destra e sinistra. Oggi la classe dirigente al potere ha la necessità di tenere a bada le prassi, le organizzazioni e i metodi che hanno zavorrato la crescita e la modernizzazione del Paese. Che hanno fatto del clientelismo e della raccomandazione la strada maestra delle relazioni sociali e lavorative. Non ripetere errori e ingiustizie e non finire in un passato che passa mai è indispensabile. Ma per far questo non serve una stagione di bullismo politico capace solo di disgregare e avvelenare i pozzi.
Si comincia dalle periferie come la nostra. Ricostruendo e aggregando comunità attorno a progetti concreti. Restituendo dinamismo a pezzi di società narcotizzati dalle maggioranze schiaccianti o decise a persistere nell’astensionismo.
Dando forma ad un’opposizione sociale alla disonestà intellettuale di quanti predicano bene e razzolano male. Né più, né meno di come si è sempre fatto. Vecchi o nuovi che siano.
da L'inchiesta - Quotidiano di  Sabato 13 - Domenica 14 Ottobre 2018 - Anno IX - Numero 197

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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