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Poveri di futuro

La povertà persistente, già oggetto del precedente articolo, è la forma di povertà che più dovrebbe preoccupare gli amministratori, i politici e tutti coloro che a vario titolo la riconoscono e ancor più riconoscendola la vivono ogni giorno.

Nel nostro Paese la povertà persistente la riscontriamo nella storica dicotomia tra Nord e Sud Italia con tassi di disoccupazione doppi nella seconda rispetto alla prima, ma negli ultimi decenni si riscontra un processo di povertà persistente particolarmente importante nelle periferie dei grandi centri urbani.

Le cause storiche del divario Nord-Sud potrebbero essere importanti da analizzare per definire politiche di intervento per aree molto vaste, ma riguardo le aree periferiche gli indicatori da prendere in considerazione sono principalmente due: tasso di disoccupazione e tasso di abbandono della scuola dell’obbligo.

Questi due semplici numeri danno la misura di quanto possa essere povero un determinato contesto sociale. Lavoro e scuola, un binomio da cui partire per cominciare a scrostare quegli strati di povertà che si vanno sedimentando di generazione in generazione.

Nella nona edizione dell’Atlante dell’Infanzia a rischio a cura di “Save the Children”, pubblicato lo scorso 13 novembre, emerge una situazione di numerose povertà persistenti che rischiano di autoalimentarsi.

“Sono 1,2 milioni i bambini e gli adolescenti che vivono in povertà assoluta in Italia. Ma non sono solo le condizioni economiche del nucleo familiare a pesare sul loro futuro. L’ambiente in cui vivono ha un enorme impatto nel condizionare le loro opportunità di crescita e di futuro. Pochi chilometri di distanza, tra una zona e l’altra, possono significare riscatto sociale o impossibilità di uscire dal circolo vizioso della povertà: la segregazione educativa allarga sempre di più la forbice delle disuguaglianze, in particolare nelle grandi città, dove vivono tantissimi bambini, ed è lì che bisogna intervenire con politiche coraggiose e risorse adeguate.

All’interno di una stessa città, l’acquisizione delle competenze scolastiche da parte dei minori segna un divario sconcertante. A Napoli, i 15-52enni senza diploma di scuola secondaria di primo grado sono il 2% al Vomero e quasi il 20% a Scampia, a Palermo il 2,3% a Malaspina-Palagonia e il 23% a Palazzo Reale-Monte di Pietà, mentre nei quartieri benestanti a nord di Roma i laureati (più del 42%) sono 4 volte quelli delle periferie esterne o prossime al GRA nelle aree orientali della città (meno del 10%). Ancora più forte la forbice a Milano, dove a Pagano e Magenta-San Vittore i laureati sono 7 volte (51,2%) quelli di Quarto Oggiaro (7,6%).”

“È assurdo che due bambini che vivono a un solo isolato di distanza possano trovarsi a crescere in due universi paralleli. Rimettere i bambini al centro significa andare a vedere realmente dove e come vivono e investire sulla ricchezza dei territori e sulle loro diversità, combattere gli squilibri sociali e le diseguaglianze, valorizzare le tante realtà positive che ogni giorno si impegnano per creare opportunità educative che suppliscono alla mancanza di servizi”, ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children.

Sono quasi 3,6 milioni i bambini e gli adolescenti che vivono nelle 14 principali aree metropolitane del Paese, e crescono spesso in zone o quartieri sensibili che possiamo definire “periferie” da tanti punti di vista differenti, non solo rispetto alle distanze dal centro città, ma in base ai diversi deficit urbanistici, funzionali o sociali dei territori. Sono ad esempio “periferie funzionali” i quartieri dormitorio, “svuotati” di giorno per effetto dei grandi flussi pendolari verso i luoghi di lavoro, privi di opportunità e povere di relazioni sociali. Secondo questo criterio, a Roma e Genova vivono in aree 'periferiche' il 70% dei bambini al di sotto dei 15 anni, e a Napoli e Palermo il 60%, un numero che scende al 43% a Milano e al 35% a Cagliari. Più in generale, quando bambini e adolescenti delle città più densamente popolate si guardano intorno, 259.000 (l’11,8%) vedono strade scarsamente illuminate e piene di sporcizia, non respirano aria pulita e percepiscono un elevato rischio di criminalità.

Il IX Atlante dell’infanzia a rischio “Le periferie dei bambini” traccia una mappa dei divari che in termini di risorse economiche e culturali, accessibilità dell’istruzione e dei servizi, qualità degli spazi urbani, verdi, ricreativi espongono maggiormente bambini e adolescenti al rischio di vulnerabilità, ma dimostra, al tempo stesso, come essi siano la risorsa più vitale e il potenziale più alto su cui puntare per innescare una indispensabile rigenerazione di questi luoghi.

“La retorica della “centralità” dei bambini e delle famiglie racconta un Paese che non c’è. Basta scorrere le pagine dell’Atlante per leggere una storia diversa: l’infanzia è la vera “periferia” dell’Italia.

I bambini e gli adolescenti sono infatti sempre più ai margini della popolazione in termini demografici: nel 1987 erano il 23,2% del totale e oggi superano di poco il 16%, a fronte degli over65 che sono cresciuti dal 12,6% al 21,2%. Minori che si ritrovano anche ai margini dello spazio pubblico, se è vero che poco più di 1 su 3 ha la fortuna di avere un parco o un giardino vicino a casa dove poter giocare. Ai margini della politica, per effetto di una spesa pubblica che negli anni della crisi economica, pur crescendo in termini assoluti, ha tagliato la voce istruzione e università dal 4,6% sul PIL del 2009 al 3,9% del 2015-16, mentre altri Paesi europei rispondevano alle difficoltà di budget in maniera diametralmente opposta aumentando questa voce di investimento fino al 5% del PIL. Una forbice in negativo con l’Europa che si riscontra anche sui fondi per ‘famiglia e minori’ fermi in Italia ad un esiguo 5,4% della spesa sociale, contro l’11% di Germania, Regno Unito e Svezia e ben al di sotto della media UE attestata all’8,5%. I minori in Italia sono soprattutto, e sempre di più, ai margini della ricchezza, se si considera che la povertà assoluta riguarda il 12,1% di loro.

L’Italia risulta essere un Paese miope che negli ultimi decenni ha volutamente marginalizzato l’infanzia nei propri programmi di investimento. Un Paese che non investe sull’infanzia e gli adolescenti è destinato ad essere prima perdente e poi sconfitto nella competizione globale. Lo stato delle scuole è emblematico di questa situazione: cortili e giardini in stato di abbandono, nelle scuole di provincia mancano le mense, i laboratori, le palestre, per non parlare degli impianti non a norma e delle strutture non sempre antisismiche. I genitori sono ormai rassegnati e abituati alla solita giustificazione della mancanza di fondi.

Basterebbe prendere esempio dagli altri Paesi europei per capire qual è la strada da percorrere. La bandiera del sovranismo italico che viene agitata con tanto orgoglio dovrebbe sommessamente essere ammainata se confrontiamo le nostre politiche giovanili con quelle di Germania, Francia, Gran Bretagna.

In questi giorni gli studenti italiani sono scesi in piazza contro l’ennesimo taglio agli investimenti per la scuola previsti dal DEF del Governo in carica. Ma una minoranza già marginalizzata potrà mai trovare i canali per far arrivare la sua voce considerando che solo una piccolissima percentuale andrà a votare alle prossime elezioni?

Saremo consapevoli della mancanza di politiche per l’infanzia e per i giovani solo quando dovremo chiamare stuoli di giovani stranieri per accudire un popolo di vecchi.

Anna Maria Tedeschi

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