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Diario Settimanale, dalla ricerca di Ottaviani alla conta di D’Alessandro

Nel capoluogo la campagna elettorale è iniziata con oltre 3 anni di anticipo per merito dell’assessore Fabio Tagliaferri. Come se chi tira il primo calcio al pallone in una partita, poi sia certo di finire col fare gol. Tanto per cominciare la schiera dei pretendenti alla successione di Ottaviani è già nutrita e include, tra gli altri, Riccardo Mastrangeli, Carlo Gagliardi e Danilo Magliocchetti. Fermo restando che non s’è capito chi battezzerà - o se davvero battezzerà qualcuno per la successione - l’indecifrabile primo cittadino. Che, tanto per cominciare, ha disertato la conferenza stampa di Forza Italia Frosinone sull’annuncio del tesseramento e della fase congressuale, nonostante lo stato maggiore schierato al gran completo: a partire dal “suo” Adriano Piacentini, proseguendo con Abbruzzese e Ciacciarelli. C’è chi ha ascoltato come il presidente del Consiglio comunale del capoluogo abbia sibilato su per giù così... “è come se il sindaco fosse tra noi”, a voler mettere una pezza ad una situazione che pare evidente. Ottaviani da tempo si sta occupando di altro. Un partito precipitato al 7% e poco più (bene che vada), non assicura margini per chi in politica intende restarci da protagonista. Ottaviani ha guardato ad una aggregazione di amministratori che punta a convincere il Cavaliere affinché sciolga gli azzurri e fondi uno schieramento moderato più ampio. Si tratta di vedere se si andrà verso un’alleanza con Renzi o meno. Le grandi manovre sono in corso ed anche l’esplorazione di una strada di moderati “per non morire leghisti”. Le incognite sono molte. Tanto che nei pensieri del sindaco potrebbe riecheggiare quella frase ascoltata in un film... “potremmo cercare per sempre. Senza trovare nulla”.

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Un po’ per il vizio di voler dare un senso alle cose, conviene riflettere sulla conta andata in scena nella sala Di Biasio del Comune di Cassino, che non pare avere grandi chiavi di lettura se non quella di certificare come il sindaco D’Alessandro avrebbe scelto per il meglio restandosene definitivamente a casa, dopo il noto litigio con tanto di intervento di ambulanza ed automedica. Non servirà a molto (per l’interesse degli amministrati) andare avanti con il tredicesimo a presidiare i numeri durante le alzate di mano. E l’opposizione, per quanto numerosa, è ridotta a brandelli che nessuno riuscirebbe a ricucire insieme. La Lega con gli sguardi un po’ imbarazzati dei due consiglieri, pregusta il bottino del ritorno alle urne ma Di Muccio e amici intuiscono che, dopo di allora, niente potrebbe essere come prima e non solo per il crollo forzista e il depotenziamento di Abbruzzese ma, soprattutto, perché nessuno ha la capacità di prevedere a chi si affideranno i cassinati. Non è detto che mettersi in fila dietro Salvini sia davvero salvi...fico. Imperversando il regime del cambiamento potrebbe spuntare una lista più populista ancora e capace di mettere all’angolo i sovranisti collaudati. Perché nella città che annaspa tra povertà e smarrimento, dove perfino l’Abbazia è ormai da un lustro ridotta a monumento muto, non ci sono più porti sicuri dove gettare le ancore. Le  rotte già percorse difficilmente verranno tracciate di nuovo. Non è detto che sia un male assoluto.

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Per quanto Luigi Di Maio possa essere annoverato tra i protagonisti della gara di annunci, anche esilaranti (se non fosse che c’è poco da scherzare) del Governo gialloverde, a cominciare dalla “balconizzazione” della manovra economica, stavolta sul caso ecotassa sarebbe ingiusto usarlo come manichino nei crash test. Perché la sensazione è che, dopo Marchionne, alla guida del colosso dell’automotive che ha ancora qualche parvenza di italianità, nonostante il management in massima parte straniero, ci sia chi appare quanto meno incerto e sembra usare i pedali un po’ timidamente.
I modelli assegnati a Mirafiori, Melfi e Pomigliano coi famosi 5 miliardi di investimenti, annunciati ai sindacati il 29 novembre scorso (per Cassino se ne parlerebbe nel 2020 col Maserati Levantino), paiono utili ad evitare il tracollo occupazionale in officine che avevano ormai esaurito la possibilità di ricorrere agli ammortizzatori sociali. Ma la raffigurazione complessiva, con un quadro occupato da un lato dalla 500 elettrica e dall’altro dal prolungamento della produzione di motori diesel, risulta poco armonica. Immortala sicuramente l’attualità produttiva ma non ha nulla di inedito. Manca perfino della prospettiva, un’illusione pura se parliamo di pittura; una speranza vera se discutiamo di piani industriali. Le norme europee sulla riduzione delle emissioni non sono un’invenzione del ragazzo di Pomigliano ma una linea da seguire. Gli accomodamenti col Governo potranno anche esserci ma Fca deve semplicemente adeguarsi e accelerare su ibrido ed elettrico. Vendere Magneti Marelli per aggiustare bilanci, ad esempio, è stata una mossa del gambero. Alienando tecnologie indispensabili per concorrere sui mercati e migliorare l’ambiente. Mentre a Roma la politica non è più quella che assecondava le scelte di Gianni Agnelli (per fortuna). E la stagione è propizia solo per le auto pulite. Tutto sta - al di là e oltre le splendide seppur sfortunate Giulia e Stelvio - a progettarle ed inserirle nella gamma dei modelli in vendita.

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I 1600 capi famiglia abbandonati dalla politica ad un Natale povero e disperato, nella vicenda del mancato pagamento delle mobilità in deroga, per le Aree di crisi complessa, grida vendetta e mette a nudo la miserabilità di molte stanze del potere, l’incapacità degli eletti di interpretare le esigenze del territorio e di ottenere risposte dai governi regionale e nazionale. Vertenza Frusinate, con Gino Rossi, le organizzazioni sindacali tutte - Cgil, Cisl, Uil e Ugl - sono mesi che inseguono i protagonisti istituzionali, a cominciare da due sindacalisti passati nella stanza dei bottoni e che, però, di leve decisive per una questione da 13 milioni di euro destinati a pagare spese alimentari e bollette, non ne hanno toccato neppure una. Parliamo dell’assessore regionale Claudio Di Berardino e del sottosegretario al lavoro, Claudio Durigon: il primo Cgil e l’altro Ugl. Stesso nome e stesso fallimento nei risultati. Vertici e controvertici inutili e telefoni che ormai squillano a vuoto.
Ci sono responsabilità politiche ma anche istituzionali.
Il pagamento di quelle indennità era “assicurato” (si fa per dire) da un accordo tra Regione Lazio e sindacati siglato nel febbraio 2018 e annunciato con la grancassa da Zingaretti, Buschini e amici vari, nell’imminenza del voto del 4 marzo. Disattendendo quell’intesa si è procurato un vulnus gravissimo alla credibilità delle istituzioni. I protagonisti politici di questa vicenda, di cui parliamo da sempre avendola seguita come - purtroppo - non è accaduto per altri media, dovrebbero pubblicamente rassegnare quanto me­no le dimissioni per manifesta inadeguatezza.
Non sarà dolo ma anche la semplice ipotesi di colpa è già di per sé sufficiente a chiedere che lascino stare. Perché il clima in cui si muovono è talmente infetto da finire con l’accelerare lo sfacelo in atto della democrazia. In cui il popolo viene tirato in ballo a chiacchiere da tutte le parti politiche. Quando, invece, si tratta di fare sul serio, al lusso dei palazzi del potere (e dei conti correnti) continua a corrispondere il lastrico degli ultimi.
La scarsa qualità del potere che dovrebbe rappresentarci è tutta riassunta in questa vicenda. Dove si tocca con mano il più avvilente e desolante decadimento anche sotto il profilo umano.
da L'inchiesta-Quotidiano di Sabato 15 - Domenica 16 Dicembre 2018 - Anno IX - Numero 242

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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