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Silvia Romano, rapita in Kenya il 20 novembre 2018

La povertà come scelta di vita

C’è chi la povertà la vive per necessità contingenti e momentanee, c’è chi la povertà la subisce per incapacità ed inadeguatezza di sistemi sociali non funzionanti o inesistenti. Non dovrebbe essere il caso del nostro Paese. Chiamiamolo REI, chiamiamolo Reddito di cittadinanza, tutti coloro che restano senza lavoro o non trovano un lavoro dovrebbero essere supportati in un Paese civile.

C’è però anche chi la povertà la sceglie come condizione di vita. Viene subito in mente San Francesco che da ricco che era sceglie di spogliarsi di tutto per vivere nella povertà. Francesco abbraccia la povertà per vivere in comunione con il Creato, come essere umano creato da Dio, ma pari a tutte le altre opere di Dio.

Chi potrebbe essere oggi Francesco?

Gli operatori delle ONG. Magari sono persone che vengono da situazioni di benessere oppure no, comunque lasciano tutto per andare nei posti più poveri e disgraziati del Mondo a tentare di salvare vite umane o la natura.

Capita a volte che in quelle terre siano rapiti, a volte uccisi. Diventano martiri? Se il martirio implica la donazione totale di sé per la causa, sono sicuramente martiri. Se il loro martirio servirà questo invece dipende da chi resta, da chi vive la notizia. Se scalfirà qualche animo allora il martirio sarà servito, altrimenti sarà comunque un atto di estrema coerenza che ci imbarazza per la forza estrema che richiede e che fa paura alla nostra coscienza, a quelli che ce l’hanno una coscienza, ovviamente. In caso contrario il problema non si pone.

Ma, partendo dal presupposto che gli esseri umani una coscienza ce l’abbiano, è per questa categoria o ristretta cerchia, che tale relazione ha un senso. La notizia stessa che ci sono persone in grado di abbracciare la povertà crea una relazione tra queste e coloro che la notizia la apprendono. Non serve essere social perché questo succeda. Basta anche leggerla da un giornale di carta o apprenderla dal telegiornale. Sui social la relazione che ne deriva può scatenare il presunto diritto a dare giudizi di valore. E’ quello che è successo riguardo il rapimento di Silvia Romano in Kenya. Quando due mondi si contrappongono e non si hanno gli strumenti interiori per analizzare e per capire, succede che sul web la relazione si trasforma in guerriglia.

Relazionarsi con chi non si adegua agli standard fa paura, fa deragliare le coscienze. Non importa poi se sono proprio queste persone diverse ad indicarci le contraddizioni più tragiche del nostro mondo, ad evidenziare problemi che fanno tremare la nostra quotidianità: migrazioni di popoli in fuga da guerre, da carestie, da tiranni imbottiti di soldi provenienti dal traffico di armi e di droga.

La povertà come scelta di vita è la negazione dei mantra basati sulla necessità della crescita del PIL, crescita della produzione, dei commerci, degli investimenti. Un mondo ad entropia crescente. Ma dato che l’ambiente ci sta presentando il conto, questa entropia crescente rischia di trasformarsi in follia collettiva.

I seguaci della “decrescita felice” vengono additati come pazzi o come ingenui. Probabilmente il problema non è crescere infelicemente o decrescere felicemente, il problema è come gestire le risorse, la produzione, il commercio, la ricerca e lo sviluppo a livello globale. E’ questa la vera sfida per un Pianeta chiamato ad ospitare quasi 10 miliardi di persone nel 2050.

La povertà come scelta di vita si trasforma allora nella maggiore ricchezza che un essere umano possa avere: il futuro dentro di sé, quella vita che va oltre il confine della morte perché capace di vivere per gli altri.

Anna Maria Tedeschi

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