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Francesco Repice Francesco Repice

Calcio, Serie A. L'intervista esclusiva a Francesco Repice: «Frosinone, credi nella salvezza!»

Se c’è un potere che la radio ha è indurre le persone a pensare più in grande. In fondo, la forza delle parole sta nelle immagini che sono in grado di evocare. Soprattutto, poi, quando associamo ad esse alcune delle nostre emozioni più forti. Quella voce udita che spalanca le porte verso un mondo bellissimo. Per un giornalista sportivo che lavora a stretto contatto con questo strumento il compito è arduo: deve arrivare dritto al cuore dei tifosi attraverso la propria voce, narrando con passione e naturalezza eventi di un certo peso emotivo per gli ascoltatori. Francesco Repice con le sue inconfondibili radiocronache rientra a perfezione in queste dinamiche. I suoi racconti unici di partite indelebili: è così per tutti gli italiani rievocando gli Europei del 2016, lo è per gli interisti, ripensando alla indimenticabile cavalcata del 2010. L’anno del Triplete. E quella notte magica del 22 maggio dove, al Santiago Bernabeu, i nerazzurri salirono sul tetto più alto d’Europa battendo il Bayern Monaco. Fu una radiocronaca storica per le pagine del giornalismo sportivo italiano. Riccardo Cucchi e Francesco Repice insieme ad enfatizzare le gesta di Milito e compagni. Celebre la descrizione del secondo gol siglato dal Principe del Bernal: «E’ una milinga, è un tango, è un passo argentino che lega Buenos Aires a Milano. La coppa viaggia verso Piazza Duomo. La coppa vede sempre più nerazzurro per merito del Principe del Bernal, che ha lasciato sul posto i difensori del Bayern, ha alzato la testa, ha guardato il portiere, poi ha depositato il pallone col piatto nell'angolo più lontano, nemmeno avesse dei polpastrelli al posto degli scarpini. Nulla da fare per Butt! Nulla da fare per Van Buyten! Nulla da fare per il Bayern Monaco! L'Inter ora conduce per 2-0... ...e la Coppa dei Campioni è sempre più vicina». Repice unisce tutti, persino interisti e juventini. Quando c’è lui le emozioni sono sempre dietro l’angolo perché è uno che, come ogni tifoso, ama il calcio. E ama raccontarlo. Dalla A alla B, senza alcuna distinzione. Da sempre simpatizzante del Frosinone, lo abbiamo intervistato raccogliendo un suo commento proprio sul momento che sta attraversando il sodalizio canarino. Disponibilità, gentilezza e competenze gli elementi dominanti. Queste le parole.

Innanzitutto, come nasce la sua simpatia verso il Frosinone?

«Nasce per l’amicizia con persone meravigliose che vivono in una città fantastica. Nasce perché i tifosi di questa squadra vivono in maniera passionale le vicende calcistiche. E’ come se città e club si unissero e diventassero un’unica entità. Di Frosinone mi piacciono i suoi quartieri e, soprattutto, adoro la gente frusinate. Insomma, una serie di componenti che mi hanno fatto affezionare ad una realtà stupenda».

Passiamo al campo. Dopo l’esonero di Moreno Longo, con Marco Baroni sulla panchina giallazzurra sono arrivati cinque punti in sei partite. Il bilancio parla di una vittoria, due pareggi e tre sconfitte. La quota salvezza è distante cinque lunghezze. Quante possibilità ha di salvarsi il Frosinone?

«Le possibilità sono tante, questo è sicuro. E’ chiaro che non bisogna guardare il calendario. A mio avviso è una questione di buona sorte, nel senso che dipende dagli incroci e dal momento in cui incontri le varie avversarie. Ad esempio, se il Frosinone o altre squadre avessero incrociato l’Atalanta subito dopo la cocente eliminazione dall’Europa League avrebbero avuto chances concrete di imporsi, visto lo stato mentale fragile derivante da quella delusione. Adesso chi incontra l’Atalanta ha paura. Lo ha provato anche la Juventus sulla propria pelle nei quarti di finale di Coppa Italia. Ripeto, i punti a disposizione sono tanti e questo conta. Con Baroni la squadra ha dimostrato di essere un pochino più quadrata. Scende in campo sapendo quello che deve fare».

Non crede che, nel calcio moderno, vi sia da parte degli allenatori una ricerca esagerata di proposte tattiche e tecniche che, spesso, divergono dalle qualità insite nei giocatori di cui si dispone?

«E’ così. Sono convinto che tutti gli allenatori, includendo anche i più giovani come De Zerbi, abbiano bisogno di squadre con potenzialità tecniche di un certo livello per poter proporre un determinato gioco. Se non hai i calciatori, tutto diventa difficile da realizzare. Chi allena club come il Frosinone deve adattarsi alle caratteristiche dell’organico messo a disposizione dalla società, praticando un calcio difensivo e pragmatico. Con Baroni il Frosinone può attuare questo tipo di discorso in maniera realistica e pratica. L’esperienza di Benevento è determinante in tal senso per l’allenatore giallazzurro».

Il mercato invernale ha visto ben nove giocatori lasciare la Ciociaria, sei dei quali arrivati nella sessione estiva. Un flop “confessato” dalla società? E come giudica gli acquisti di Viviani, Trotta e Simic?

«Si tratta di tre ottimi acquisti, funzionali al progetto. Viviani fino a qualche anno fa era considerato una grandissima promessa del calcio italiano. Trotta e Simic sono due giocatori di categoria. Loro servivano per dare forza al gioco di Baroni. Sulle cessioni, invece, più che un flop ritengo che sia stato semplicemente un gesto di realismo della società».

La squadra, anche con la Lazio, ha praticato un buon calcio sfiorando addirittura il pari nella ripresa dopo il vantaggio biancoceleste di Caicedo. Una reazione di carattere che lascia ben sperare i tifosi, vera arma in più per Ciofani e compagni sin dai tempi del glorioso “Matusa”. Quanto la sorprende, però, il dato relativo alle zero vittorie conseguite in casa?

«Mi sorprende perché in Serie A questa vittoria sarebbe dovuta arrivare. E’ pur vero, però, che al Matusa gli avversari erano diversi. Il Frosinone sta facendo un percorso interessantissimo. Si sta avvicinando a mantenere la categoria in maniera stabile attraverso un processo graduale. Stirpe sta facendo le cose proprio come devono essere fatte. Ha costruito uno stadio e sta investendo con giudizio. Sono certo che i giallazzurri diventeranno una realtà stabile del calcio italiano. Ripeto, Stirpe ha potenzialità economiche enormi. Ma è uno che investe con lucidità, provando a fare qualcosa di diverso con razionalità. I tifosi devono fidarsi di lui».

E domenica il “Leone” sarà di scena a Genova contro una Sampdoria in piena corsa Champions.

«Un’altra partitaccia. Ecco, la Samp è una di quella squadre dotate di qualità tecniche superiori. Ha un allenatore come Giampaolo che è stato messo nelle condizioni di poter esprimere i suoi concetti su una panchina adatta a lui. Dispone di una squadra con cui può lavorare in una certa maniera. Spesso discutiamo sul ruolo del trequartista perché io, sinceramente, non ci ho mai creduto. Giampaolo gioca con Ramirez o Saponara in quella posizione, ma a me non piace definirli come trequartisti. I calciatori che agiscono in quella zona del campo devono spremersi e faticare anche nella fase di non possesso. Poi davanti la Samp gioca con una mezza punta e quel giovincello di Quagliarella che la butta dentro in ogni modo. Lui fa parte di quella generazione di calciatori ai quali è mancato lo step definitivo per consacrarsi ai livelli che contano. Per il Frosinone sarà dura».

Pochi giorni fa c’è stato un botta e risposta infuocato tra il presidente del Napoli De Laurentiis e Stirpe. Condivide la replica di quest’ultimo?  

«De Laurentiis ogni tanto le spara grosse. Ha fatto bene Stirpe a rispondere, non ci sono state controrepliche. Questo significa che la risposta del patron giallazzurro ha lasciato il segno».                                                      

Roberto De Luca    

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