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Gli arrestati mentre escono dalla Compagnia dei carabinieri di Cassino Gli arrestati mentre escono dalla Compagnia dei carabinieri di Cassino

Nell’ordinanza il giudice descrive la forza intimidatrice utilizzata dall’organizzazione

E’ il gip della DDA di Roma, Alessandra Boffi, a ricostruire nelle 117 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, l’organizzazione dedita al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti nel cassinate. «In ordine alle esigenze cautelari vanno condivise le preoccupazioni del pm sulla esistenza concreta di pericolo di recidiva, particolarmente per gli indagati in relazione ai quali siano ravvisabili gravi indizi di colpevolezza. 
L’esistenza di un gruppo di persone organizzate - scrive il giudice - la solidità dei rapporti instaurati tra di loro ed anche con gli acquirenti abituali crea una situazione di costante ed inarrestabile progredire del fenomeno, a tratti interrotto da singoli episodi di arresto che non hanno scoraggiato più di tanto i solidali che si riorganizzano ogni volta, adottando accorgimenti ed aumentando la soglia di attenzione».
Ma il gip Boffi ricostruisce anche l’organigramma del «sodalizio», quindi i ruoli, il modus operandi, le comunicazioni tra gli stessi indagati o tra gli indagati e i clienti. Come, ad esempio, l’utilizzo di un emoticon particolare, il cuore bianco, per indicare, nei messaggi, il via libera alla consegna tra il pusher e il consumatore. Ma c’è anche la descrizione di quella forza intimidatrice usata per «dimostrare la capacità di affermazione sul mercato e di controllo della zona di spaccio». 
Un controllo esercitato non solo verso potenziali concorrenti diretti, ma anche rispetto ad alcuni pusher improvvisati di 17 anni che erano stati sorpresi a spacciare in piazza a Sant’Elia Fiumerapido. 
«Se i fratelli Arpino rappresentano il “centro” organizzativo e decisionale del gruppo di spacciatori - ricostruisce il gip -, i fratelli Nunziata, Vincenzo e Giuseppe, collaborano stabilmente all’attività occupandosi delle “forniture” di droga di cui curano il trasporto ed il materiale approvvigionamento». Rapporti di collaborazione che vengono stretti con le dovute cautele, mostrando particolare attenzione alle comunicazioni attraverso cellulari «dedicati», prediligendo contati face to face. 
Un rapporto di collaborazione che si perfeziona nel tempo anche per i «contatti instaurati con la malavita dei narcotrafficanti della zona campana». 
I vertici dell’organizzazione si servono di pusher fidati: ciascuno con un ruolo ben definito ma che «partecipa ad un’associazione finalizzata alla commissione di più delitti di vendita, cessione, offerta di vendita, distribuzione, commercio, acquisto, trasporto, consegna e detenzione illecita di hashish, marijuana e cocaina». Droga che era nascosta nelle loro abitazioni, all’interno di contenitori o indumenti, nei casolari abbandonati e perfino nell’autofficina di uno degli indagati.   

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Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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