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Montecassino, un crimine inutile e pure dannoso: «Non vedo alcuna utilità nella distruzione»

Non di meno gli eventi narrati ora assumono una connotazione umana differente donando nomi e facce nuove ai personaggi principali del bombardamento del 15 febbraio 1944. Le truppe in campo, di e per conto degli alleati, erano la conseguenza di decenni di colonialismo e combinazione di storie minori. Gli indiani della IV Divisione risalirono le balze rocciose della collina per appurare a proprie spese che l’area intorno al monastero era ormai sotto la linea di fuoco dei tedeschi. Non si poteva fare altra scelta, dissero o pensarono i soldati. Va bombardata. La scelta della distruzione mediante impiego dell’aviazione non fu ovviamente condivisa da tutti. Tratti di una volontà differente si ritrovano invece nelle parole del generale Walker al quale fu riferito che circa 2.500 civili avevano trovato rifugio nel monastero, ma non vi si scorgevano affatto soldati tedeschi. Nessuna installazione militare atta ad offendere era entro le mura ma alcune si trovavano a più di 200 metri. Il generale Walker annotò nel suo diario: «Questo era un monumento storico di grande valore che avrebbe dovuto essere preservato. I tedeschi non ne facevano uso e non vedo alcuna utilità nella sua distruzione. Non ne trarremo nessun vantaggio dal momento che ora i Tedeschi potranno sfruttare le rovine per ottenere ottimi posti di osservazione e postazioni per armi automatiche. Che i tedeschi avessero usato l’edificio per un posto di osservazione e per delle piazzole di artiglieria ha poca importanza dal momento che la stessa montagna in cui è situato il Monastero può servire allo stesso scopo. Se fossi stato io a dover prendere una decisione, avrei evitato la sua distruzione. In data odierna ho ordinato alla mia artiglieria di non fare fuoco su di esso». Mentre accadeva ciò o stava per concretizzarsi l’idea del bombardamento, una unità affiliata alla divisione di fanteria americana, il 100° battaglione nippo americano definito dei Nisei, l’8 febbraio del 1944 si adoperò alle balze del Colle Janulo occupato dai tedeschi. Erano i figli e i nipoti dei giapponesi residenti negli Stati Uniti che dopo gli eventi di Pearl Arbor del 1941 ebbero le libertà individuali limitate e private. La comunità dei nipponici statunitensi fu internata e privata dei beni e delle proprietà. Ma molti giovani vollero far capire che erano figli dell’America e vollero entrare nelle forze armate americane per combattere il nazifascismo. Nonostante che Eisenhower rifiutasse una loro partecipazione, il generale Clark della V armata fu il solo a volerli sul fronte bellico. L’onore nipponico e la tenacia di questi cittadini reietti dell’America ebbe risalto nelle azioni propedeutiche al bombardamento. Va ricordato il soldato Hisoaka che nonostante si trovasse su campo aperto sotto il tiro dei cecchini tedeschi, si adoperò per salvare il gravemente ferito maggiore Lovel. Hisoaka fu premiato, ma malauguratamente cadde sul campo di battaglia di Anzio. Saranno di nuovo le parole scritte a lasciarci una chiara idea di quanto vissuto prima e dopo il bombardamento a Cassino e sulla costa di Montecassino. Persone apparentemente distanti dai nostri luoghi e dalle nostre origini subirono l’onta della disumanità. Dal resoconto dei reduci Nisei entriamo nel vivo dell’esperienza della guerra di trincea. Dinanzi al loro racconto abbiamo l’obbligo e l’onore del silenzio e della memoria. «Per il 100° e per la 34° Divisione fu la fine della lotta contro tutto e contro tutti, dalle avversità alla forza dell’armata tedesca, durante quaranta giorni. Riposarsi significa trovare riparo dal freddo, da quelle condizioni atmosferiche che avevano congelato i piedi e torturato così tanto i  piedi che solo fare un passo  era un’impresa. I ranghi erano stati sfoltiti, tanto che, se uno era inabile, non ce n’era un altro che potesse sostituirlo: rimaneva un buco, tra le linee, e il suo posto vuoto in trincea». Le ragioni che portarono al bombardamento si svelano dunque tra le righe e le parole scritte o lette da uomini differenti da chi ha visto i luoghi familiari trasformati in suolo e polvere. Nei libri o nei diari vi è la memoria e se vi sarà una risposta sarà paradossale. Senza l’ambizione delle ragioni, al cospetto della inumana prepotenza dei fatti.                                    

(II parte - fine) Dante Sacco (Progetto “Summa Octe”)

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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