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La transizione Italiana

Nel quadro degli studi sull’antisemitismo promossi dall’American Jewish Committee, furono pubblicate nel 1950 col titolo, La personalità autoritaria, una serie di ricerche sociologiche, realizzate negli anni 1944-1949, durante la permanenza di Max Horkheimer e di Theodor W. Adorno negli Usa per sfuggire alle persecuzioni hitleriane. In esse l’approccio filosofico della teoria critica francofortese si avvaleva del contributo metodologico della psicologia sociale statunitense per lo studio empirico e la misurazione degli aspetti sociali della personalità. La ricerca si prefiggeva di determinare le caratteristiche della personalità autoritaria, intesa come «struttura profonda» che ha la sua origine nell’esperienza personale del soggetto nei suoi rapporti con il contesto familiare e sociale nel quale si forma ed opera.  Il tema centrale è costituito dal legame  tra «personalità autoritaria» e ideologia etnocen- trica, la cui radice viene riconosciuta nel meccanismo di proiezione in virtù del quale l’individuo attribuisce ai membri dei «gruppi esterni» elementi che trova presenti in sé, ma di cui vuol rimuovere l’esistenza. 
Così il rifiuto delle minoranze (dagli ebrei ai “negri”), si rivela correlato con la subalternità gregaria e con l’aggressività autoritaria, incorporate in una serie di atteggiamenti tipici, quali la tendenza all’esteriorizzazione, il convenzionalismo, l’orientamento in vista del potere, ecc. 
Le questioni che interessavano Adorno appaiono perciò cruciali anche per il nostro tempo: che cosa spinge un individuo nella sua adesione al fascismo? Come decifrare ciò che lo predispone a questo esi­to, anche se non confesserà mai aper- tamente questa adesione che non riesce neppure a percepire chiaramente in se stesso? 
La tesi del filosofo francofortese è che le pulsioni autoritarie non sono determinate socialmente, conseguenti, cioè, ad una analisi del proprio contesto socio-politico che sviluppino rivendicazioni razionalmente argomentabili.  Più che la generica appartenenza di classe, sono in questione ambienti molto precisi, processi di socializzazione e fenomeni psicologici inconsci. Il questionario, redatto dai sociologi, venne somministrato negli Usa a gruppi di varia estrazione sociale per un totale di 2099 individui. Tra tali gruppi, compaiono operai sindacalizzati in differenti organizzazioni e lavoratori precari, donne della classe media, membri di associazioni genitori/insegnanti e membri di una associazione ecclesiastica, studenti di cor­so in materie letterarie e altri che seguono corsi esterni di psicologia o scien­ze naturali ecc.  
Ad essi si sottopose una lista di proposizioni, rispetto alle quali i soggetti testati dovevano manifestare il loro assenso o il loro dissenso. Mescolate nella lista, le proposizioni esplicitano problematiche di natura pisco-sociologica concernenti, ad esempio, i modelli convenzionali di comportamento, la sottomissione all’autorità, l’uso di frasi stereotipate nell’espressione delle opinioni, l’aggressività autoritaria, l’anti-contraccezione, la superstizione, il rapporto con individui di altre etnie, la sessualità, ecc. 
È superfluo sottolineare l’originalità e l’attualità dell’opera adorniana per valutare, ad esempio, le ragioni della crescen­te, tumultuosa adesione che riscuote la Lega di Matteo Salvini nel panorama politico italiano. Tanto più che i nodi nevralgici che Adorno riscontrava nella formazione della personalità autoritaria ne­gli Usa dell’immediato dopoguerra so­no molto prossimi a quelli emergenti nell’attuale contesto italiano: insicurezza, immigrazione di massa, riabilitazione della tradizione. 
La costruzione dell’immagine pubblica del plenipotenziario Ministro leghista, co­m’è noto, è curata da un nutrito staff capeggiato dal guru Luca Morisi  e dal socio Andrea Paganella che inondano di spot e foto propagandistiche i social me­dia: tutti lautamente stipendiati, oltre che dal ministero degli interni (per il quale ricoprono incarichi di collaborazione), dal­la società  “Sistema Intranet srl” che ha stipulato con la Lega un contratto di 170.000 euro l’anno. Il distillato della lo­ro propaganda è la costruzione di un’immagine del leader leghista che ha dato rappresentanza istituzionale all’ideologia reazionaria e apertamente fascistoide dell’Italia peggiore. Vi trovano accoglienza i tratti caratteristici della personalità autoritaria tipicamente italiana, che la lunga crisi economica ha reso aggressiva e violenta. La figura pubblica di Salvini radicalizza ed esalta il manierismo antropo- logico fissato negli stereotipi dell’ “italia­no medio”: sfaccendato e indolente, in pre­da ad un’indomabile bulimia, fa del travestimento cialtronesco in divisa paramilitare il suo hobby preferito; si compiace di apparire superficiale e ignorante quanto basta per incarnare il tipo risoluto e sicuro di sé, all’occasione pronto a menare le mani pur di averla vinta. È seguace di una rozza fisiognomica, sottesa ai più grossolani pregiudizi razziali e omo­fobi che hanno libero corso nelle o­sterie e nei bar di periferia. Si dà arie di maschilista radicale, nello stile dei vecchi frequentatori delle case di tolleranza che si compiacciono di dividere l’umanità femminile in donne attraenti, ma assolutamente stupide, e donne intelligenti, ma irreparabilmente “racchie”. 
Tra gli uomi­ni, invece, un invalicabile confine separa i “furbi” dai “fessi” e dagli utili idioti. 
Assertore in pubblico di un moralismo bacchettone e seguace del più retrivo tradizionalismo cattolico, non manca tuttavia di strizzare l’occhio ad ogni possibile deroga da quanto proclama come suo ide­ale “patriottico”.  
La sua abilità consiste, dunque, nell’aver canalizzato politicamente le correnti reflue della sub-cul- tura italiana, diventata egemone grazie alla lunga devastazione del sistema scolastico e universitario, nonché all’occupazione sistematica dei mass media. 
Salvini ha dato perciò compimento alla stagione berlusconiana-tremontiana (“con la cultura non si man- gia”) e all’insofferenza neoliberista per il ruolo degli intellettuali e del pensiero critico, professata, sia dal Pd di Matteo Renzi, con le sue invettive contro i “professoroni”, sia dalle pedestri semplificazioni di un ex-comico diventato guru politico. Per questo, la liberazione dalla triviale dogmatica del populismo è l’imperativo più urgente dei movimenti autenticamen­te democratici e progressisti.  

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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