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Alatri dall'alto (foto di archivio de L'inchiesta Quotidiano) Alatri dall'alto (foto di archivio de L'inchiesta Quotidiano)

Operazione “Drug farm”, il gip Logoluso: «L’uso e l’abuso di droga diffusissimi fra i giovani»

Quello dello spaccio e del consumo della droga «è apparso, da subito, come un problema sociale che ha fatto da sfondo all’omicidio, ossia il diffusissimo uso ed abuso di sostanze stupefacenti fra i giovani di Alatri». Lo scrive il gip Ida Logoluso nelle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare eseguita ieri nei confronti di 16 indagati finiti nell’inchiesta “Drug Farm” di Carabinieri e Polizia. Un’attenta e scrupolosa valutazione del fenomeno, particolarmente allarmante, a conclusione dell’inchiesta antidroga avviata dopo l’omicidio di Emanuele Morganti (il processo a carico dei quattro responsabili della morte del giovane alatrense è in corso. La sentenza di primo grado è attesa in estate). Il giovane fu ucciso in piazza Regina Margherita nella notte tra il 25 ed il 26 marzo del 2017. Oltre alle indagini sul delitto, parallelamente i carabinieri della Compagnia di Alatri (all’epoca diretta dal maggiore Antonio Contente) avviarono anche quelle sul traffico e sullo spaccio di droga, coordinate dal Reparto Operativo di Frosinone, agli ordini del tenente colonnello Andrea Gavazzi, e dalla Squadra Mobile del vice questore aggiunto Carlo Bianchi. «Gli inquirenti effettuavano una rivisitazione degli esiti di pregresse investigazioni condotte nei confronti di soggetti già in passato protagonisti dell’attività di traffico di stupefacenti ad Alatri. Da ciò - prosegue il giudice per le indagini preliminari nel provvedimento -  l’inizio delle capillari intercettazioni ed il dipanarsi dell’indagine».
Oltre un anno di accertamenti, pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, servizi di osservazione e pedinamenti hanno permesso di ricostruire il giro di spaccio gestito dagli indagati (nel corso dell’attività sono state arrestate in flagranza altre persone, tra cui donne) legati tra loro da «complessi intrecci» e accordi pacifici sulla suddivisione della piazza. In particolare quella di Tecchiena. Oguno con un ruolo ben preciso e funzionale al “sistema” che, nonostante l’inchiesta sulla morte di Morganti, non aveva subito battute di arresto. Chi controllava e gestiva la pizza di Tecchiena prima dell’omicidio aveva deciso di fare un passo indietro dopo la brutale aggressione per non attirare su di sé l’attenzione degli inquirenti, passando il testimone a qualche amico più fidato che deteneva e smerciava la droga dalla propria fattoria. Uno stop forzato per poi riprendere le redini in mano, a fine estate, e tornare a lavorare a pieno regime. I canali di approvvigionamento erano diversi, ma le partite più grosse arrivavano dal Marocco grazie alla partecipazione, nell’attività di spaccio, di alcuni magrebini residenti ad Alatri. Ma erano coinvolti anche quattro albanesi di Frosinone. Alatri era il centro di smistamento della droga verso Frosinone e il sorano attraverso i pusher. Gli scambi avvenivano in prossimità di bar o al loro interno, in altre attività commerciali o a domicilio. L’inchiesta ha fatto emergere anche responsabilità, a carico di alcuni indagati, sui furti di auto in zona. «Le indagini hanno consentito di accertare che molti degli indagati stanno continuando nei loro illeciti traffici nonostante siano stati più volte denunciati e sottoposti a processo per i medesimi fatti». Gli arresti ed i sequestri di droga «non hanno indotto nessuno dei protagonisti a desistere - conclude il gip - dal proseguire nella propria illecita attività che rappresenta per gli indagati modalità di vita e fonte esclusiva o in maniera rilevante e decisiva parte integrante al reddito personale e familiare». Visto, dunque, il pericolo di reiterazione del reato il gip Logoluso ha accolto le richieste dei pm Adolfo Coletta e Vittorio Misiti ed ha emesso il provvedimento restrittivo.           

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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