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Ieri a Ripi un'altra morte bianca (Foto di Edoardo Palmesi) Ieri a Ripi un'altra morte bianca (Foto di Edoardo Palmesi)

Morti sul lavoro, la tragedia di Ripi si aggiunge ad una lunga serie di lutti. Rossato: occorre arrabbiarsi

Un operaio 57 enne di Fontechiari ieri è deceduto mentre eseguiva lavori di scavo a Ripi, sepolto dal terreno rimosso. Ne riferiamo ampiamente su L'inchiesta - Quotidiano nelle edicole. Ma il copione, purtroppo, è quello di una tragedia che si ripete. Solo che non si tratta di una messinscena a teatro, ma della dura e crudele quotidianità lavorativa nel nostro Paese. Soprattutto per chi opera in spazi confinati. Perché giovedì 29 agosto - ad esempio - altri due operai sono morti, in provincia di Matera, per le esalazioni provenienti da un pozzo di manutenzione di una discarica in cui stavano lavorando.

E il dramma rinnova, purtroppo, il ricordo di alcuni dei giorni più luttuosi per il mondo del lavoro in Italia. Cominciando dalla tragedia di Molfetta nel 2008, quando cinque lavoratori morirono intossicati, per continuare con Capua nel 2010 dove persero la vita tre operai per le esalazioni tossiche durante la bonifica di una cisterna, per arrivare al 2016 a Messina con altre tre vittime.

"Ma le vite spezzate negli spazi confinati sono ben più numerose in Italia. Il punto è - spiega Mauro Rossato, Presidente dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering - che anche questi incidenti, come tutti gli infortuni mortali sul lavoro del resto, si sarebbero potuti evitare. E sarebbe giusto e opportuno scriverlo a caratteri cubitali che tutti questi morti sul lavoro potrebbero essere ancora con le loro famiglie. C’è, poi, un’altra triste considerazione che viene spontanea quando si parla di infortuni mortali in cisterne o pozzi. E riguarda il numero di vittime per ogni singolo incidente. Perché, spesso, non si conta solo un decesso. Perché un operaio che vede il collega in difficoltà, lo va a soccorrere senza pensare alla trappola mortale che lo attende".

"Eppure - aggiunge Rossato -, in questo Paese dove la sicurezza sul lavoro sembra ancora tristemente essere vissuta da alcune aziende come un ostacolo - più che come una tutela - esiste una disciplina molto chiara ed esaustiva per la prevenzione degli infortuni anche, e soprattutto, per quanto riguarda gli spazi confinati. Sarebbe sufficiente che le aziende individuassero le situazioni più pericolose, adottassero le misure di sicurezza, formassero tutti i lavoratori e verificassero l'applicazione delle misure di sicurezza. E' incredibile, in effetti, che gli operai di Matera, Capua, Messina, Molfetta, non sapessero del rischio a cui stavano andando incontro. Ciò significa che non sono state rispettate le fondamentali regole di valutazione del rischio. Questa tipologia di infortunio è ricorrente e le cause sono sempre le medesime a partire dalla mancata verifica della respirabilità dell'aria prima di accedere ai serbatoi. Difficile, comunque, pensare che la responsabilità sia degli operai. Perché è evidente che se fossero stati veramente consapevoli del pericolo, non si sarebbero neppure avvicinati a quel luogo di morte".

"Più che affranti si dovrebbe essere arrabbiati . conclude l'esperto della Vega Engineering - . Gli incidenti in cisterna non sono certo una novità per questo Paese eppure il bollettino nero delle vittime si allunga. Forse - ed è davvero inquietante il pensiero - troppe volte si finge di non vedere e si mettono da parte quelle regole che vengono ritenute un costo e non un investimento. Come se l’etica, la coscienza e l’intelligenza non avessero diritto di cittadinanza nel mondo del lavoro".

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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