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Un'immagine estrapolata dal video dell'operazione Leonessa di Polizia e GdF Un'immagine estrapolata dal video dell'operazione Leonessa di Polizia e GdF

Economia inquinata dalla mafia, tra i 200 indagati c’è un palianese

Un’operazione contro la “nuova mafia”: i colletti bianchi che la “guerra” non la fanno con la lupara, bensì con il denaro inserendosi nei settori più proficui del commercio e dell’imprenditoria italiana. Preferiscono la pax mafiosa che fa fare soldi, al contrario delle faide anni ’80-’90 «che non portano a niente». Invece i nuovi “affari” fanno fare molti più soldi di quelli sequestrati ieri nell’ambito della maxi operazione “Leonessa”. A firma della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza di Brescia. Sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia. Ben 69 arresti, 35milioni di euro di beni sequestrati, un centinaio di perquisizioni e 200 indagati. Tra questi anche un palianese: ieri gli inquirenti hanno bussato alla sua porta di casa per eseguire una perquisizione domiciliare. Finanzieri e agenti cercavano tutto ciò che riguarda il presunto legame - come precisato dagli investigatori - che l’uomo avrebbe con una famiglia di Agrigento. Gli inquirenti non gli contestano il reato di associazione mafiosa bensì la commercializzazione di crediti d’imposta risultati fittizi. Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta nella sede della Procura di Brescia ieri mattina, il procuratore capo ha sottolineato che l’indagine non è affatto conclusa. Gli elementi di questa corposissima inchiesta sono davvero numerosi ed hanno richiesto una serie di riscontri incrociati complessi. A partire dal riconoscimento di un metodo mafioso che fa riferimento alla Stidda, l’organizzazione mafiosa che alla fine degli anni ’80 in Sicilia si era militarmente contrapposta a Cosa Nostra. Nella sua versione “settentrionale” si è dimostrata capace di una vera e propria “metamorfosi evolutiva” sostituendo ai reati tradizionali nuovi business. L’enorme redditività di questi affari ha determinato momenti di tensione con la cosca operante in Sicilia, il cui traffico di droga è stato inizialmente finanziato proprio dai proventi della vendita dei crediti fittizi. La leadership della cosca settentrionale - hanno scoperto gli inquirenti - è stata assunta da un triumvirato composto da personaggi di elevata caratura criminale che già̀ in passato avevano ricoperto ruoli di vertice nella stidda gelese e nelle sue proiezioni lombarde. Gli stiddari, mimetizzati nel nuovo ambiente operativo, hanno messo a disposizione degli imprenditori del Nord i propri servizi illeciti che consistevano nella vendita di crediti fiscali inesistenti utilizzati per abbattere il debito tributario. Anche se “in giacca e cravatta”, sono rimasti fedeli ai comportamenti tipici della mafiosità, utlizzando l’intimidazione nei confronti della concorrenza e di affiliati ritenuti inaffidabili, offrendo, in aggiunta ai crediti fittizi, protezione agli imprenditori che ne hanno fatto richiesta. Dove venivano “reimmessi” e investiti i capitali? Nei settori della consulenza amministrativa, finanziaria e aziendale, della sponsorizzazione di eventi e del marketing sportivo, del noleggio di auto, barche ed aerei, del commercio all'ingrosso, di studi medici specialistici, della fabbricazione di apparecchiature per illuminazione e della gestione di bar. 
Tutto a scapito della parte sana dell’imprenditoria costretta a soccombere causa della “concorrenza sleale” della criminalità organizzata.

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Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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