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Mario Spigola Mario Spigola

Tragedia in Fca e morti sul lavoro. Spigola: vittime di un modello disumano di sviluppo

Sono rimasto attonito nel leggere l’ennesima tragedia sul lavoro : un ragazzo di 39 anni Fabrizio Greco, così si chiamava, è rimasto vittima di un incidente all’interno dello stabilimento Fca di Cassino. Le cause, la dinami­ca sono in via  di accertamento, ma al di là di tutto, delle responsabilità, delle disattenzioni, della precaria prevenzione, al di là di tutto questo,  ciò che mi indigna veramente è che una famiglia di Pontecorvo è stata distrutta, annientata, demolita e poco varranno i tanti attestati di vicinanza di Politici, di Sindacalisti di colleghi di lavoro. Tra pochi giorni, passati questi emotivi momenti, la famiglia di Fabrizio dovrà fare i conti con la realtà crudele, e si troverà sola (a parte i familiari stretti) con la propria tragedia. Ma tutto questo perché? Tutti questi martiri perché? Per quali motivi, uno si alza la mattina, va al lavoro in cambio di uno striminzito salario e poi deve rimanere vittima di un incidente mortale? In nome di che cosa si può sacrificare una vita?
Non c’è mai una sola ragione che può valere questo alto sacrificio,neanche in nome di un progres­so così artefatto. Potrei citare dati del fenomeno morti e infortuni sul lavoro, potrei prendere i dati dell’Inail per tentare di capirne le cause, le mancanze dovute agli scarsi investimenti, ai mancati controlli, e alle tante promesse dei vari Governi di investimenti sulla materia, ma farei un torto alla mia e alla vostra intelligenza se non partiamo da un presupposto: una qualsiasi analisi degli infortuni e delle malattie professionali che tenti di abbracciare in maniera complessiva la materia, non può prescindere dal considerare i rapporti di produzione esistenti.
Come diceva  il sociologo torinese, Luciano Gallino: «Le imprese che per risparmiare qualche migliaio di dollari o di euro non predispongono mi- sure adeguate per prevenire incidenti o gravi patologie a lunga genesi, rappresentano in modo singolarmente efficace, la lotta di classe sui luoghi di lavoro». Qui c’è il punto di caduta dell’intera questione.
L’organizzazione dei processi produttivi risponde solo a esigenze di redditività e produttività dell’impresa. Sia da un punto di vista normativo che di accordi tra le parti sociali, la produttività del lavoro è messa al centro di ogni questione. Gli aumenti di produttività vengono erroneamente ricercati nell’intensificazione dei ritmi di produzio- ne, nella saturazione dei tempi ciclo, nell’allungamento delle ore di lavoro. Al lavoratore viene chiesto, richiamandolo a una responsabilità nei risultati d’impresa, di dare sempre il massimo, di essere sempre disponibile. In questo modo e utilizzando l’arma della ricattabilità del lavoratore – specie quando assunto con contratti precari – le imprese sopperiscono agli insufficienti investimenti tecnologici. Soprattutto le piccole imprese, che costituiscono una grossa fetta del tessuto produttivo italiano e dove – come si rileva dai rappor­ti dell’Inail – il tasso d’incidenza infortunistico è più elevato.
Ma proprio l’intensificazione dei ritmi di produzione aumenta i rischi di infortunio, dovuti alla fatica, all’abbassamento della soglia di attenzione. Una rincorsa esasperata alla produttività che ha portato anche qualche imprenditore più spregiudicato  a fare a meno delle protezioni nei macchinari.
Mi è rimasto scolpito nella mente quanto disse tempo fa un autorevole esponente del centro destra: «Dobbiamo rinunciare a una quantità di regole inutili. Robe come la 626 (il decreto in vigo- re in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro) sono un lusso che non possiamo permetterci. So­no l’Unione europea e l’Italia che si devono adeguare al mondo». Sicuramente fu una boutade, ma il punto rimane, l’idea che salute e incolumità fisica di chi lavora, in un sistema economico e produttivo, debbano essere subordinate alla realizzazione del profitto. Questa frase era ed è sintomatica, perché nella sua sfrontata chiarezza rende chiara l’ideologia che regola i meccanismi di produzione e riproduzione dei rapporti sociali. Dietro questa filosofia, si scopre non solo l’idea malsana che la sicurezza nei luoghi di lavoro sia un balzello che riduce i margini di competitività delle imprese, ma anche che in quel concetto si raccoglie, nella sua smania di riduzione dei costi, un complesso di fattori che incidono più o meno direttamente sulla sicurezza dei lavoratori, sui quali nessuno dei governi si è sognato di intervenire.
Perché ci possa essere un concreto miglioramento della sicurezza dei lavoratori, perché ci sia la garanzia di un lavoro che non uccida, non basta e­sprimere indignazione di fronte a casi eclatanti come quello di Fabrizio; non basta nemmeno invocare più controlli. È indubbio che un sistema di controlli più efficace sia una forma di contrasto agli inadempimenti su prevenzione e protezione della sicurezza dei lavoratori, ma non impedirà di morire sul lavoro. Ciò che occorre mettere in discussione è la realizzazione del profitto in un sistema produttivo che compete sull’abbattimento del costo del lavoro, è l’egemonia degli interessi d’impresa, elevati a valori.
Insomma, la strage quotidiana nei luoghi di lavoro è la rappresentazione più tragica della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite, che in questo caso significa la perdita di mi- lioni di vite umane. I dati delle morti sul lavoro, let­ti in profondità, sono un chiaro indicatore di clas­se. Qualunque intervento che abbia l’ambizione di una qualche efficacia sulla strage quotidiana di lavoratori, non può avere un carattere meramente tecnico: occorre una solida base politica che cominci ad affrontare l’attuale modello di sviluppo fondato esclusivamente sul profitto e che assuma come paradigma la centralità della risorsa umana, non come appendice del processo, ma fonte di progresso e ricchezza.

MARIO SPIGOLA

già segretario Fim-Cisl - Cassino

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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