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Il docente e incisore Francesco Vignola Il docente e incisore Francesco Vignola

Vignola, il prof incisore che trasmette un'arte antica con passione

Fare un’intervista a Francesco Vignola, 35 anni di Gaeta ma cassinate da tanto, è una carica inesauribile di loquacità è un’esperienza insolita, fuori dal comune. Non solo perché  è in grado di farti viaggiare con la fantasia, ma anche perché con lui si percorre nel tempo anche un bel po’ di storia. Vissuta e non. Quando lo incontriamo, seduti all’esterno di un bar in una giornata atunnale di sole, siamo a pochi passi dalla sua scuola. Il Liceo Artistico lo sente come una casa: lì ha studiato, lì ora insegna. Nel mezzo, una lunga serie di esperienze, di percorsi, di avventure, di mostre, di premi. Partiamo proprio da qui, dall’ultimo riconoscimento che gli è stato consegnato a Teramo, dove si è aggiudicato la Prima Biennale Internazionale di Incisione e Scultura, Premio Celommi 2019, con l’opera “La voce del padrone”. Il tema era “libertà va cercando ch’è sì cara...” come recita il v. 71 del canto I del Purgatorio dantesco. E Vignola ha saputo interpretare, come si legge nel catalogo della mostra che ne è seguita, un “personale viaggio mentale, una rappresentazione in chiaroscuro di un percorso compiuto nella realtà e tramutatao in una visione artistica (...) I gradini sono i vari ostacoli che la vita mette davanti, ma l’uomo, nonostante queste difficoltà, sa che perdersi con il pensiero è un utile antidoto contro la solitudine e la precarietà attuale. (...) La voce del padrone sembra suggerire l’urgenza del dialogo tra l’uomo e la natura, quest’ultima esemplificata da una minacciosa faccia che si sporge dalla montagna rocciosa”.   Vignola, ma lei è proprio uno spirito libero come sembra? «Di sicuro sono un iperattivo. La mattina insegno, (Laboratorio grafico-pittorico e Grafica Pubbliciataria presso l’IIS Carducci, Liceo Artistico) la sera leggo, studio, incido. Rinuncio spesso ad uscire proprio perché in questo campo devi essere sempre operativo. Incisore su rame, legno, pietra, ho sperimentato tutte le tecniche storiche e la stampa a mano. In pratica, finora ho investito tutto in macchinari per la grafica, in strumenti: la mia casa è un mix di antico e moderno, con tanti torchi del 1500 e del 1600...». Avere un docente come Lei è dunque già un’avventura. Cosa consiglia ai suoi alunni? «Cerco di essere per loro una guida, ma anche di farli appassionare a quello che studiano. Quando leggono di incisione sul libro di storia dell’arte, ora comprendono bene di cosa si tratti, perché attraverso la mia esperienza diretta capiscono il processo che c’è dietro. Non è un disegno, come molti pensano erroneamente. Se ci si lavora giorno e notte senza interruzione, un lavoro si completa in un mese, ma lavorare con luce e lente è davvero faticoso. E quindi finisce che dietro un’opera ci sono mesi e mesi di lavoro, perché come spiego ai ragazzi, dagli errori di incisione non si torna indietro, è qualcosa di minuzioso, che richiede perfezionismo». E’ un lavoro, una passione di altri tempi. Come ha maturato questa scelta? «Una casualità: qui c’erano solo due indirizzi, catalogazione e restauro delle opere pittoriche. Mi sono diplomato in restauro, poi il militare e l’iscrizione all’Accademia di Belle Arti di Frosinone. E’ importante incontrare professori che sono davvero “maestri”, che amano trasferire competenze e veder crescere i propri allievi. Io sono stato fortunato, ho incontrato sulla mia strada il professor Andrea Lelario, uno dei più grandi incisori contemporanei. Ha esposto ovunque, ha insegnato in numerose accademie, insomma a lui devo molto. Sono stato il suo assistente in Accademia, seguendolo nei laboratori e scoprendo altre cose preziosissime e accumulando esperienza sul campo». Cosa è cambiato, in questi anni? «Quando studiavo in Accademia sembrava di essere un po’ fuori dal mondo, all’esterno c’era poco. Frosinone non è Roma, Firenze o Brera. Eppure, ho avuto tantissime opportunità e mi sono dato da fare. I social, inoltre, sono una preziosa occasione per avere contatti in tutto il mondo. L’ho sperimentato su Instagram, dove sono stato contattato da un artista che mi passò un bando di concorso. E’ stato così che ho potuto esporre le mie opere in Turchia, ma mi sono spinto  anche fino a Pechino, dove ho portato tre miei lavori. I miei prodotti, quel “tutto fatto a mano”, la preparazione della matrice, la bellezza della grafica storica, la conoscenza dei vari tipi di carta...è un continuo crescere, maturare, perfezionarsi. E spero che tutto questo entusiasmo e la mia passione per un’arte così antica possano essere un incentivo allo studio per i miei alunni e, perché no, anche un’occasione di confronto in questa nostra città». 

                                                                                                                                                                                                                                                                      Rita Cacciami

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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