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Diario settimanale / Il caso Fca a guida Peugeot, la mega discarica e il palazzone del consorzio Asi

C’è sempre della contraddizione che esplode improvvisa ed evidente tra chi finge di gestire un potere che sia equo, giusto e rispettoso dei territori e poi pratica il gioco dell’accentratore e dell’attento decisore di postazioni di comando con relativi emolumenti. Esiste, come per le fughe mefitiche di gas, un punto di rottura che si evidenzia violento e incontrovertibile. Quando meno il timoniere se lo aspetta. Lo si è visto con i rifiuti.
Con le chiacchiere sul piano regionale che sancirebbe l’autonomia della chiusura del ciclo negli ambiti provinciali e poi ci si ritrova con gli impianti di Roccasecca, Colfelice e San Vittore del Lazio ingolfati di immondizia capitale. Sono state depositate di recente le conclusioni del monitoraggio sulla discarica di Roccasecca eseguito dall’Irsa-Cnr, di cui abbiamo dato conto con due servizi giornalistici ed una nota dell’associazione NaturAmbiente.
I problemi appaiono almeno due: a quanto pare c’è una rete di piezometri insufficiente che rende difficoltoso il monitoraggio di quel che accade nelle viscere del sito di Cerreto e, in secondo luogo, che Arpa Lazio ed Asl appaiono tecnicamente inadeguate a fare verifiche con valore scientifico sull’argomento, per limiti probabilmente riconducibili alle strumentazioni di cui non stati dotati i due enti. Una situazione che imporrebbe uno stop automatico alla conferenza dei servizi in corso sull’ampliamento del quinto bacino e l’avvio di verifiche, ammesso che la salute pubblica sia davvero la prima cosa che interessi i rappresentanti delle istituzioni. Invece, di quella relazione nessuno parla. Gli eletti non commentano, non se ne occupano proprio. Guai a contraddire Zingaretti e meno che mai ostacolare Virginia Raggi e soprattutto Acea. Perché è sempre meglio stipare rifiuti a Roccasecca anziché pensare a siti alternativi in provincia o, addirittura, ad una discarica a Roma.
Stessa cosa per l’abolizione dei Consorzi industriali (Asi Frosinone e Cosilam Cassino). Il supercommissario De Angelis si muove a tutto campo sul fronte della fusione. E’ stato pure chiamato a riferire in Regione su cosa abbia concretamente fatto in questi mesi, visto e considerato che il compenso che percepisce è decisamente stellare. Nel senso che è fuori dal mondo per un Paese mal messo come l’Italia. Poi a fine ottobre arriva il presidente della Regione in persona ad inaugurare il palazzetto di 4 piani al centro di Frosinone, acquistato per la nuova sede del consorzio industriale del capoluogo. Ma cosa ci metteranno mai in quegli uffici se hanno deciso loro stessi la centralizzazione romana, nel bel carrozzone che nascerà a marzo 2020? “Mistero buffo” che solo il genio di Dario Fò potrebbe spiegarci, facendoci fare pure un bel po’ di risate. Con quali soldi l’Asi ha comprato quell’edificio ristrutturandolo pure? Non ha utilizzato i milioni di euro arrivati dalla vendita dell’ex Videocon che era stata ceduta gratuitamente al consorzio per consentire la fantastica e improbabile reindustrializzazione del sito. Sarebbe stato troppo. Ma ha fatto lo stesso un’operazione finanziaria da almeno 2 milioni di euro, nonostante si tratti di un ente alla vigilia della soppressione. Chiedere agli imprenditori che resistono in trincea se a loro miracoli simili riescono. Sotto il vestito e gli sfavillii di questo potere mediocre che esibisce spettacoli altrettanto penosi davanti a flash, telecamere e taccuini, c’è il declino infelice di un territorio corroso dalla sua stessa classe dirigente. Divenuta ruggine sulle ultime parti di metallo buono ancora in vista. Occorrerà faticare non poco per ricostruire, prima di tutto la credibilità delle istituzioni asservite alle necessità di consorteria. Emblematico un convegno organizzato da un sindacato di base nel capoluogo. Cartina al tornasole di un limite predatorio ormai superato: il segretario Pollari ha denunciato «l’operato troppo spesso allegro e fuori dalle regole di molti amministratori locali». Basta leggere i nomi in graduatoria di sorelle, mogli, figli di noti esponenti politici nell’ultimo concorso finito agli onori delle cronache ed agli atti della Procura della Repubblica di Cassino per farsi un’idea. Non si fa certo fatica a comprendere di cosa parliamo, ad esempio, anche leggendo le intercettazioni delle varie inchieste. A testimonianza che la circolazione dell’informazione attraverso la stampa resta elemento fondamentale di democrazia, nel Paese come nelle periferie. Al di là delle querele intimidatorie di potenti e sanguisughe di soldi pubblici ed anche le scivolate di giudici che continuano a condannare giornalisti a cuor leggero, come se i cronisti stessero al loro posto - mal pagato da aziende ormai stremate - a diffamare le vestali della trasparenza e del buon governo.
Infine un accenno ad Fca ed alla prossima fusione con Peugeot. Pare che il matrimonio sia in programma prima delle feste di fine anno.
Alcuni elementi di riflessione. A memoria la famiglia Agnelli-Elkann ha una predilezione per la Francia. Fiat Ferroviaria ha fatto la storia del Paese dalla littorina al pendolino, dai locomotori diesel a quelli elettrici. Finì e scomparve del tutto nell’Altsom (quest’ultima doveva essere comprata dai tedeschi di Siemens nel 2017: Macron non ci pensò due volte a mandare a monte l’operazione). Telettra è stata una delle principali imprese italiane di progettazione e produzione di apparati per le telecomunicazioni. Realizzò i primi sistemi di trasmissione televisiva digitale terrestre su fibra ottica a definizione standard. Fondata a Milano nel 1946, l’azienda passò a Fiat nel 1976. Gli Agnelli la cedettero alla francese Alcatel. Centri di ricerca e progetti subito annullati.
Con la fusione con il Gruppo Psa siamo al terzo capitolo della “gloriosa” saga. Non è un caso se la governance vedrà alla guida 6 francesi e 5 italiani e già si parla di motorizzazione Peugeot su tutti i prodotti del Lingotto, con rischio chiusura per i siti di Termoli e Pratola Serra. Il gruppo francese - ci è stato raccontato - sarebbe utile ad Fca per sbarcare in Cina, ma si scopre dai bilanci che i transalpini - nel solo 2018 - hanno accumulato oltre 300milioni di euro di perdite nelle loro attività in quel di Pechino.
La storia non ha insegnato niente agli italiani che restano senza un sistema Paese capace di difendere i propri interessi, mentre il grande capitalismo tricolore conferma vizi evidentemente irrimediabili.
Insomma, in questo scorcio finale di 2019, non c’è solo Ilva e la scomparsa dell’acciaio (altro settore decisivo, come lo erano le telecomunicazioni ed il presidio nelle ferrovie) a destare scandalo e preoccupazione. Sotto il naso sta passando senza colpo ferire lo smantellamento dell’intero settore auto italiano. La fusione Fca-Psa è quanto di più pericoloso possa profilarsi per le nostre famiglie e per i nostri figli. Dopo Marchionne abbiamo già subito la gestione distante e di puro mantenimento attuata dal britannico Manley, che passa in archivio senza alcun rimpianto. Ma coi francesi sulla tolda, difficile non essere pessimisti di fronte a sciovinisti di caratura ampiamente provata che sono - oltretutto - tecnologicamente modesti.

da L'inchiesta - Quotidiano di Sabato 9 - Domenica 10 Novembre 2019 - Anno X - Numero 212

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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