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L'ingegner Lucio Pinchera di Cassino L'ingegner Lucio Pinchera di Cassino

Omicidio Azka Riaz: fu il padre. Il lavoro dell'ing. Pinchera

Un anno e dieci mesi fa, il 24 febbraio 2018, Azka Riaz, 19enne italiana ma di origine pakistana, residente in provincia di Macerata, fu travolta e uccisa sulla strada provinciale 485 a Trodica di Morrovalle. Le indagini, inizialmente si concentrarono sull’incidente stradale, ma gli inquirenti, andando a scavare sul conto della ragazza, scoprirono che di lì a pochi giorni sarebbe stata ascoltata in Procura per dei presunti maltrattamenti e violenze che subiva in famiglia. Così gli investigatori iniziarono a concentrarsi sulla figura del padre. La svolta arrivò poco dopo e l’uomo, Muhammad Riaz, fu indagato per omicidio. Gli inquirenti sono riusciti a dimostrare che poco prima di morire Azka fu colpita dal papà alla mandibola, fratturandogliela. Le botte e il dolore le fecero perdere i sensi lungo la provinciale. Quella sera era buio e pioveva a dirotto a Trodica di Morravalle. Azka cadde a terra. Suo padre, nel frattempo, risalì sull’auto, dall’altra parte della strada, e aspettò l’arrivo di una vettura che investì la figlia. Alla guida c’era un uomo, accanto sua moglie. Presero in pieno la 19enne. Due giorni fa, la Corte di Assise di Macerata ha condannato all’ergastolo con isolamento diurno il padre della ragazza. Fu omicidio. Nel corso del processo si è scoperto che Muhammad Riaz la sottoponeva ad una serie di maltrattamenti, anche sessuali.  
Come si è arrivati alla svolta sul caso? E’ stata possibile grazie al prezioso e meticoloso lavoro dell’ingegner Lucio Pinchera di Cassino che abbiamo intervistato. Il professionista ha ricostruito la compatibilità lesiva sia da investimento che da colluttazione che Azka, poco prima di morire, aveva avuto con il papà. L’ingegner ha analizzato, insieme al medico legale e ai Ris, le fratture riportate, l’impronta del pneumatico sui vestiti, il capello ritrovato sotto una gomma e tanti altri elementi raccolti durante l’inchiesta. L’accusa è riuscita a dimostrare scientificamente che al momento dell’investimento la 19enne era già a terra da tempo. 
«Abbiamo capito - ha spiegato l’ingegner Pinchera - che non era un classico investimento, ma che l’orgine del fatto stava nella colluttazione che Azka aveva avuto con il papà. Grazie ad un capello trovato sulla ruota insieme ai Ris siamo riusciti anche a capire la posizione e i movimenti del corpo». 
In pratica, gli inquirenti hanno smontato la tesi difensiva e raccolto una serie di prove, oltre ogni ragionevole dubbio, che hanno portato alla condanna dell’uomo. 
«Per sette ore sono stato sotto il fuoco di fila della difesa di Muhammad Riaz. Abbiamo svolto prove sperimentali con un manichino, lì sul luogo dell’investimento, aspettando che si ricreassero le stesse condizioni di maltempo di quella sera. Abbiamo svolto oltre 15 prove. Una ricostruzione scientifica del fatto».   
Ingegner Pinchera come commenta il lavoro svolto da tutti voi inquirenti?
«La scienza ha decretato la verità. Ho rimesso al Tribunale in piena coscienza l'esito della mia opera e di quella del mio gruppo di collaboratori perché il diritto facesse giustizia. Sono uscito scortato e le lacrime e gli applausi di quel giorno all'uscita del Tribunale di Macerata mi accompagneranno per sempre. È finito il tempo in cui sentivo miei questi risultati. Oggi è il tempo in cui li sento come successi per il mio Paese. Perché non basta parlare di femminicidio o inaugurare panchine rosse. Occorre dare tutto se stesso e ancora di più perché un terribile crimine contro una ragazza italiana di 19 anni non restasse impunito sul presupposto del dubbio. Abbiamo rinunciato alle nostre vacanze, ho sostenuto spese che lo Stato non potrebbe sostenere per una indagine del genere. Non abbiamo dormito per molte notti aspettando il momento giusto. Abbiamo smontato e rimontato mille volte perché qui un capello, un semplice e drammatico capello, poteva fare la differenza. Ho ridato voce a Azka, trovato il colpevole e scagionato chi si voleva a tutti i costi coinvolgere senza averne responsabilità. L'ho fatto per il mio Paese e l'ho fatto per tutte le donne. Se non fossi riuscito nel mio dovere il messaggio sarebbe stato devastante: si può uccidere una donna e riuscire a farla franca. Sono riuscito a dimostrare che non è così. È questo il mio amore per le donne e per il mio Paese». 
L’ingegner Pinchera non è solo un uomo di scienza, uno studioso, un tecnico ma un uomo dalla spiccata sensibilità. Con voce commossa per aver contribuito a fare giustizia per Azka ha esclamato «Il male non può vincere e le donne non vanno toccate».               

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Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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