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Affascinante viaggio tra i popoli dell'Omo River

Risale al mese di febbraio del 2011 il mio viaggio in Etiopia. Un viaggio diverso dagli altri che ho fatto nei grandi spazi del Sahara libico o dell’Algeria. Diverso perché gli incontri con le popolazioni dell’Omo River erano “ravvicinati”. Ciò mi incuriosiva moltissimo e, al contempo, mi preoccupava l’approccio con queste diverse etnie. Come in tutti i miei viaggi, il mio interesse maggiore è osservare e documentare con la macchina fotografica il mondo che mi circonda, anche per utilizzare per un nuovo ciclo pittorico tutto il materiale raccolto. Non avevo, purtroppo, fatto i conti con i problemi che si sono presentati quando, appena impugnavo la fotocamera per riprendere un volto, ad ogni scatto bisognava pagare, e ciò avveniva con fastidiosa insistenza da parte di donne e bambini. Di comune accordo con il gruppo avevamo proposto di dare una quota ai capi villaggio, per essere liberi di fotografare. La strategia ha funzionato soltanto con i Borana. Appena si arrivava in un villaggio, iniziava la “sceneggiata” delle donne, che si mettevano in posa per farsi fotografare indossando ornamenti di ogni tipo: piattelli labiali per le donne di etnia Mursi, vasi di terracotta sulle teste delle donne Galeb, collane, scialli coloratissimi per le donne Borana, quelle di etnia Karo sfoggiavano le abbondanti e multicolori collane e lunghi chiodi labiali, pelli di capra  ornate da perline colorate delle bellissime ragazze Hamer e Banna. Ebbene, vedere tutte queste donne e bambini in posa, abilissimi nel contare ogni scatto, mi provocava enorme disagio e spesso mi rifiutavo di fotografare. Posso dire che in Etiopia ho visto ben poco di “autentico” tra le varie popolazioni della valle dell’Omo che vengono a “contatto” con i viaggiatori. Tutto si svolge ad uso e consumo esclusivamente dei turisti, comprese le danze tribali e il “salto dei tori,” anche se purtroppo le ferite inferte, durante la cerimonia, sono vere. Soltanto nei mercati settimanali è possibile vedere realmente come vivono e come vestono queste  popolazioni. Abbiamo fatto molti chilometri con i fuoristrada anche su percorsi disagiati per arrivare nella valle dell’Omo visitando villaggi, ammirando paesaggi e tramonti mozzafiato e dormendo nelle tende in situazioni anche pericolose. Uno dei luoghi che non potrò mai dimenticare è il vulcano El Sod, nella cui caldera c’è un lago di colore nerissimo, a circa 250 metri di profondità. E’ un lago saturo di sale dove gli uomini del vicino villaggio, per pochi birr (la moneta Etiope) al giorno, restano immersi per estrarre un sale nero ricco di iodio. Su richiesta dei turisti scendono nel  cratere e si immergono ricevendo un compenso in denaro. Dall’alto la visione è impressionante e incute timore, inquietudine, sensazione di vuoto e paura di sprofondare nel ventre della terra, poiché il lago spicca come un buco nero sul fondo, tra lo strato di sale grigio, che si deposita sulla riva, e le pareti del cratere dalle mille sfumature di colori. E proprio qui a El Sod sono stato protagonista di una brutta avventura, vissuta nella notte del primo campo, il 15 febbraio 2011, durante un violentissimo temporale. Dopo tanti anni, solo adesso riesco a raccontare quanto mi accadde: poco prima di mezzanotte, nel tentativo di cercare riparo per una pioggia incessante, trovai la tenda completamente invasa dall’acqua e, quando mi resi conto che non era più possibile restare in tenda, presi il mio zaino con l’attrezzatura fotografica e mi rifugiai nel fuoristrada più vicino, distante pochi metri. Con grande sorpresa lo trovai inspiegabilmente chiuso. Provai a fare la stessa cosa con le altre autovetture, ma anch’esse erano chiuse. A questo punto, sempre sotto la pioggia incessante, iniziai a  chiedere aiuto e a chiamare il nostro accompagnatore che dalla sua tenda si limitò a gridare: “Open the car, open the car” poi più nulla. In preda alla disperazione continuai a chiedere aiuto, battendo con tutte le mie forze i pugni sui vetri delle macchine che riuscivo a vedere nel buio, ma inutilmente. Ancora oggi mi è difficile quantificare i terribili e interminabili minuti trascorsi in questa assurda e pericolosa situazione. Pericolosa perché eravamo a pochissimi metri dal bordo del vulcano (la visibilità era quasi nulla) e, in quelle condizioni, poteva accadere anche l’irreparabile. Mi fermai vicino alla sagoma di un fuoristrada che riuscii a scorgere e iniziai a battere insistentemente violenti pugni sui vetri fino a quando, finalmente, mi fu aperta la portiera. Rimasi seduto all’interno della macchina per ben cinque ore, infreddolito e fradicio con la costante paura di rischiare l’ipotermia, essendo a oltre 2000 metri di altitudine e facendo di tutto per evitare di addormentarmi per non favorire l’abbassamento della temperatura corporea. Ritengo sia di una gravità inaudita che, quella terribile notte, pur avendo la certezza che tutti (19 persone) mi avessero sentito, non ebbi l’aiuto di nessuno. Per non creare tensioni all’interno del gruppo, per tutta la durata del viaggio evitai di parlare dell’accaduto. Questa esperienza mi ha lasciato l’amaro in bocca e ho sempre pensato che, in una situazione di pericolo, se non avessi prestato aiuto a chiunque ne avesse avuto bisogno, mi sarei sentito in colpa per tutta la vita.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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