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La fortezza di Fenestrelle nell'alta valle del Chisone

I soldati napoletani e la "soluzione finale"

Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare della sorte riservata ai soldati dell'ex Regno delle Due Sicilie rinchiusi nelle prigioni dell’Italia settentrionale dopo il dissolvimento dello stato borbonico e l’avvento dei piemontesi nel sud della Penisola (autunno 1860). Si è scatenata una guerra all’ultima cifra tra chi stimava in parecchie decine di migliaia i reclusi, con un numero molto elevato di decessi, e chi, invece, attenuava di molto la portata del fenomeno. Luogo simbolo dello “scontro” è diventato l’imponente complesso fortificato di Fenestrelle, nell’alta Val Chisone, in provincia di Torino, realizzato dai Savoia nel corso del XVIII secolo per arrestare l’incedere degli eserciti francesi. I filo borbonici lo dipingono come un lager tetro e disumano, per gli ultras savoiardi, invece, è un lussuoso centro benessere dotato di tutti i confort. Ma, mettendo da parte l’infuocato dibattito, è bene tornare alla realtà storica della vicenda che, ad onor del vero, non è troppo conosciuta. Dopo il repentino collasso dell’apparato borbonico, il governo del neonato Regno d’Italia si trovò, tra le tante altre cose, a dover fare i conti con una massa ingente di militari sbandati. L’esercito napoletano non esisteva più e in tanti si erano trovati senza lavoro. Né le campagne di arruolamento si erano rivelate fruttuose: nella chiamata alle armi, infatti, si registrò sempre un altissimo numero di renitenti. E così, in breve lasso di tempo, a quei soldati che erano stati fatti prigionieri nel corso degli eventi bellici e a quelli delle fortezze che avevano resistito all’assedio piemontese, si aggiunsero tutti coloro che avevano tentato di sfuggire alla leva. Si trattava di un numero ingente di prigionieri, difficilmente quantificabile con matematica precisione. Di certo, però, ammontavano a parecchie decine di migliaia. Il governo sabaudo in un primo momento si limitò a rinchiudere i prigionieri nelle carceri del sud Italia. Subito dopo, però, intuendo la pericolosità della situazione (il fuoco del brigantaggio stava infiammando le province del meridione) escogitò un piano di evacuazione trasferendo via mare gli ex soldati napoletani al nord. Il porto di arrivo dei bastimenti era soprattutto Genova. Da qui i prigionieri venivano smistati nelle varie località di destinazione. Le principali erano, per l’appunto, Fenestrelle, ma anche San Maurizio Canavese, alle porte di Torino, Alessandria, Milano e Bergamo. Migliaia di altri meridionali vennero confinati nelle isole dell’arcipelago toscano e in quelle pontine. Più di 12.000, specialmente ufficiali e veterani borbonici che si erano rifiutati di entrare nell’esercito sabaudo, furono trasferiti in Sardegna, nelle isole napoletane o nella Maremma Toscana, sottoposti a domicilio coatto. Nei campi di raccolta e nelle prigioni, costrette ad accogliere molte più persone di quante ne potessero contenere, le condizioni igieniche e sanitarie erano disastrose e al di là di ogni decenza. Trattati come animali, ammassati nei bastimenti, senza mangiare e bere per giorni, i poveri meridionali, colpevoli soltanto di essere rimasti fedeli al loro Re, vennero sbattuti in terre che non conoscevano, fredde, in prigioni inospitali, lontano dai loro affetti. Molti non riuscivano a sopportare la disperazione e il disagio e decidevano di mettere fine alla loro grama esistenza ricorrendo al suicidio. Ma, pur costretti a subire una prigionia atroce, i soldati meridionali nella gran parte dei casi seppero conservare grande contegno ed eccezionale dignità. In pochi decisero di entrare nell’esercito piemontese, specie per non venir meno al giuramento di fedeltà prestato al momento dell’arruolamento nelle forze armate di sua maestà borbonica. Tanti preferirono affrontare il disumano regime carcerario, gli stenti, le umiliazioni, i maltrattamenti, i morsi della fame e della sete, le malattie e, persino, la morte, pur di non chinare la testa di fronte agli “invasori” piemontesi. E così la gran parte degli ex soldati napoletani venne trasferita nelle prigioni del nord Italia. In tal modo i piemontesi speravano di aver risolto definitivamente la questione: tante migliaia di persone, infatti, erano state allontanate dai focolai della rivolta. Non avevano considerato, però, un altro problema: i prigionieri napoletani ammassati nelle prigioni del nord, con il trascorrere del tempo, erano diventati in numero così ingente da rendere problematico il mantenimento dell’ordine pubblico. Nelle carceri scoppiavano rivolte, sommosse, tentativi di fuga che con molta difficoltà venivano repressi dalle poche truppe preposte alla sorveglianza. La situazione, insomma, non era semplice. Non si può ignorare, poi, che in quel periodo gran parte degli effettivi dell’esercito piemontese si trovava dislocata nell’Italia meridionale, nel tentativo di soffocare la rivolta brigantesca che si faceva sempre più audace. E allora cosa ti inventa la fervida mente dei governanti sabaudi? La cosiddetta “soluzione finale”. Nel tentativo di sgombrare le prigioni del regno dalla massa pericolosa di ex soldati borbonici si pensò bene di “sistemarli” in un posto dove non avrebbero dato più fastidio. Il progetto era quello di ottenere dal governo portoghese la concessione di un’isola disabitata nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico dove “depositare” i prigionieri togliendoseli di torno. Il ministro degli esteri Durando aveva contattato il D’Apice, un esperto conoscitore delle colonie portoghesi dell’Oceania, per individuare il posto migliore. Ed egli suggerì Goa, Macao, Timor e Mozambico. C’era solo l’imbarazzo della scelta. I portoghesi, però, opposero un netto rifiuto e l’infame disegno non poté andare in porto. Qualche tempo dopo, il governo Minghetti affidò alla marina militare il compito di allestire una fregata per perlustrare i mari dell’Australia alla ricerca di un’isola dove costruire uno stabilimento penale. Anche questa iniziativa, però, fallì a causa della dura opposizione della Francia. Ma non è finita qui. Nel 1868 Menabrea, Presidente del Consiglio e ministro degli esteri, affidò ai suoi funzionari il compito di contattare la Repubblica Argentina. Era stata persino individuata la regione nella quale sarebbe dovuto sorgere lo stabilimento penale: la Patagonia, una landa deserta e inospitale che si prestava bene alla bisogna. Ma, ancora una volta il progetto naufragò per il netto rifiuto del governo argentino. E così le migliaia di prigionieri napoletani finirono per rimanere stipati nelle luride carceri della Penisola in orrende condizioni di vivibilità. Ecco delineata, sia pure per sommi capi, una vicenda che è stata rimossa dalla storiografia ufficiale. Una vicenda che merita di essere approfondita e studiata ben al di là della inutile operazione di contabilità che sembra appassionare tanto qualche animoso duellante dei giorni nostri.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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