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Appalti pubblici: come difendersi dalle infiltrazioni. L'intervista a Giuseppe Sciarretta

A margine della relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) che evidenzia come il nostro territorio non sia immune agli interessi dei clan anche nella pubblica amministrazione (come riportato nell’edizione di sabato 18 gennaio), abbiamo analizzato il fenomeno del riciclaggio e delle possibili infiltrazioni attraverso gli appalti pubblici, nonché esaminato le misure che consentono agli Enti di “difendersi”, con Giuseppe Sciarretta, consulente in studi legali di Milano e Bologna, originario di Minturno, docente presso Enti pubblici di materia di antiriciclaggio e anticorruzione. Il dottor Sciarretta per oltre 10 anni è stato Ufficiale della Guardia di Finanza, occupandosi di contrasto ai reati economico-finanziari, svolgendo importanti indagini che hanno riguardato anche la Ciociaria.   
Perché le associazioni criminali sono sempre più interessate al settore degli appalti? 
«Il loro obiettivo principale è quello di reimmettere nel circuito legale le ingenti risorse economiche derivanti dalle molteplici attività criminali. Il settore degli appalti, tra i tanti in cui opera la rete criminale, è quello che riesce a garantire un’ulteriore fonte di guadagno. Per anni si è cercato di mantenere lontane le organizzazioni criminali dal mondo appalti attraverso lo strumento delle interdittive antimafia. Questi provvedimenti, emanati dal Prefetto, sono stati concepiti dal Legislatore proprio con l’obiettivo di scardinare i tentativi di infiltrazione mafiosa nell’economia. Con la loro adozione viene di fatto preclusa la possibilità per le imprese colpite di intrattenere rapporti con le pubbliche amministrazioni, non solo di tipo contrattuale, ma anche per quanto concerne i provvedimenti autorizzatori di carattere generale, le concessioni, eccetera. Oggi, tutto ciò potrebbe non bastare. Infatti, le associazioni criminali utilizzano forme societarie giuridicamente lecite, come ad esempio i “Consorzi di imprese”, scomponendo un lavoro in vari sub-contratti allo scopo di eludere l’obbligo della preventiva autorizzazione. C’è bisogno quindi di andare ad utilizzare altri strumenti, già previsti, ma poco applicati».
Quali? 
«Le “segnalazioni di operazioni sospette”. Dal 2004, pur con alcune modifiche avvenute nel 2018, gli Uffici della Pubblica Amministrazione hanno l’obbligo di segnalare all’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (UIF) istituita presso la Banca d’Italia, i dati e le informazioni concernenti le operazioni sospette di cui vengano a conoscenza nell’esercizio della propria attività istituzionale, in tre macro settori: adozione di provvedimenti di autorizzazione o concessione, procedure di scelta del contraente per l’affidamento di lavori, forniture e servizi,  procedimenti di concessione ed erogazione di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari, nonché attribuzioni di vantaggi economici di qualunque genere a persone fisiche ed enti pubblici e privati».
Da cosa nascono i “sospetti”? 
«Da qualsiasi circostanza che possa sollevare qualche dubbio tenendo conto della capacità economica o dell’attività che svolge il soggetto richiedente. Con l’intento di ridurre i possibili margini di incertezza insita nelle valutazioni da parte dei funzionari chiamati a valutare, vengono emanati sempre dall’UIF gli indicatori di anomalia. Tali indicatori sono un elenco a carattere esemplificativo di comportamenti da ritenere “anomali” in base a parametri oggettivi e soggettivi. Proprio in materia di appalti, ad esempio, vengono ritenute “pericolose” sotto un profilo di rischio riciclaggio: la partecipazione a procedure di affidamento di lavori pubblici, servizi e forniture in assenza di qualsivoglia convenienza economica all’esecuzione del contratto, anche con riferimento alla dimensione aziendale e alla località di svolgimento della prestazione, la partecipazione ad una gara da parte di un raggruppamento temporaneo di imprese costituito da un numero di partecipanti del tutto sproporzionato in relazione al valore economico e alle prestazioni oggetto del contratto, specie se il singolo partecipante è a sua volta riunito, raggruppato o consorziato, o in ultimo la partecipazione alla procedura di affidamento da parte di una rete di imprese il cui programma comune non contempla tale partecipazione tra i propri scopi strategici».
Cosa deve fare un Comune o un ente pubblico per prevenire eventuali infiltrazioni negli appalti pubblici? 
«Adottare delle procedure interne, come richiede la stessa normativa antiriciclaggio (D.Lgs. 231/2007) “proporzionate alle proprie dimensioni organizzative e operative”, idonee a valutare il livello di esposizione dei propri uffici al rischio di riciclaggio da parte delle associazioni criminali. Ogni Ente deve inoltre identificare e nominare un responsabile delle segnalazioni di operazioni sospette, il quale può coincidere con il responsabile della prevenzione della corruzione designato dalle pubbliche amministrazioni (ai sensi dell’art. 1, comma 7 della legge n. 190/2012). Questo adempimento lascia ben intendere come il riciclaggio di denaro e la corruzione siano due reati strettamente collegati tra loro. Secondo i dati riportati nella relazione semestrale dell’UIF, relativa alle segnalazioni di operazioni sospette inviate da tutti i soggetti obbligati (banche, notai, commercialisti, avvocati), emerge, però, come gli uffici della pubblica amministrazione siano gli ultimi con sole 47 segnalazioni su un totale di oltre 105 mila. Troppo poco, a mio avviso. Purtroppo, ci sono molti enti pubblici che non sanno neanche di essere obbligati ad inoltrare segnalazioni di operazioni sospette. Pochi sono gli enti “virtuosi” che si sono adeguati a quanto richiesto dalla normativa antiriciclaggio. Ritengo fondamentale la formazione al personale e ai collaboratori (anche questa in realtà obbligatoria per Legge) e predisporre un vademecum sulle procedure da consegnare a ciascun addetto degli uffici interessati. Appalti su tutti».     

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Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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