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Una vita fa. Quella delle mie canzonette

Lo avevo detto e l’ho fatto. Perché sono tignosa come tutte le donne. Siamo in tema di quarantena, ho messo in stand by Rai Uno e ho diffidato il resto della famiglia. Sanremo no. Chi vuole vedere per poter criticare meglio, faccia pure. A me bastano gli echi della rete, non richiesti e non cercati. A farmi venire l’orticaria. 

E non è solo la tutina che forse fu di Freddy Mercury, magari lasciata in naftalina. E riadattata su Achille Lauro a farmi storcere il naso. Che già di suo è a patata da oltre dieci lustri. Figuriamoci come potrebbe diventare. No, è proprio come per la frittata con i maccheroni a pasquetta e la spiaggia libera di Terracina nel mese di maggio. Io sono rimasta indietro. 

Il mio sguardo vede Sanremo con gli occhi di chi colleziona le figurine del Festival. E attacca sull’album con la colla i busti di Nada, Patty Pravo, Gigliola Cinquetti, Caterina Caselli, Iva Zanicchi, Rita Pavone, oh mamma mia. Tutte femminucce anni ‘60 con i loro stivali. Rigorosamente bianchi e le minigonne. Il rito dell’attesa era qualcosa di magico. In edicola potevi trovare i testi delle canzoni. E abituarti. E poi canticchiarli davanti alla tv. E far diventare un tormentone in bagno Chi non lavora non fa l’amore (e chiedersi: perché?). Guardando quello sdatto di Adriano Celentano e quella sensualona di Claudia Mori.

Lo dico, Ornella Vanoni non mi è mai piaciuta. Sergio Endrigo mi faceva venire l’ansia. Una tristezza infantile mi assaliva fino a togliermi il sonno. Bruno Lauzi anche peggio. Io andavo pazza per uno che rievocava trattorie di litoranea che servono polpi freschi e frittura mista: Rosalino Cellamare. Non è un caso che poi lo hanno rimesso sul mercato come Ron. E l’ho acquistato in vinile con Dalla e De Gregori.

Il cantautorato. Quello che imparavi a conoscere e a rispettare. Nei giorni tristi e in quelli memorabili. Con Sanremo sono cresciuta. Mi sono innamorata. Ho anche pianto. Perché in fondo, poi è da lì che sono venuti fuori tanti giovani talenti. Che poi piacciano o no è un’altra storia. Ma su quel palco fiorito sono passati un po’ tutti. Le band, le sonorità, i direttori d’orchestra e loro. 

Le vallette. Quelle che potevano solo balbettare a comando. O fingere stupore. Di Mike Bongiorno non so cosa si direbbe oggi. Sessista forse sarebbe il minimo. Ma erano gli anni dell’Italia che cantava. E a tavola le mogli-maggiordomo servivano i mariti. Oggi, non so. C’è chi vorrebbe farle a fettine. Ma quello, lo lascio a voi. Godetevelo tutto. Fino in fondo.

Rita Cacciami

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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