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Scuola e famiglia, un matrimonio da ricucire

L’università come ascensore sociale. Lo abbiamo sentito un fracco di volte, ma è proprio così. In particolare nella nostra terra, dove molti nonni e genitori hanno visto con orgoglio figli e nipoti con l’alloro sul capo. Mentre loro, alla stessa età, erano a sgobbare già da anni. Senza uno straccio di titolo di studio. E con molte più responsabilità sul gobbone. Fin qui, ci siamo. Dove i conti non tornano a sufficienza è nelle scuole che conducono a quell’ascensore. Lì, purtroppo, a tornare sui banchi dovrebbero essere proprio loro. Padri, madri e forse anche qualche parente a corollario.  A volte, purtroppo, anche gli insegnanti.

Troppo spesso, a partire dal ciclo dell’infanzia in su fino al termine della primaria, l’ago della bussola non segna più i punti cardinali. Ma la temperatura corporea. O il sangue che ribolle nelle vene. E non è solo colpa della chat delle rappresentanti su whatsapp. Ingovernabile, in molte case, è forse il concetto stesso di relazione tra adulti. E tra adulti e bambini. Sorvolerei sui rapporti tra giovani coetanei, perché piccoli lo siamo stati tutti e sappiamo come funziona. Fatto salvo per quanto attiene al bullismo. Ma quello, si sa, adesso è confacente anche ai cyber-grandi. Quelli dotati di smartphone. E di pochissimo altro.

Tornando a noi, come tutti ormai sappiamo da giorni, in un istituto comprensivo di Cassino c’è stato un corto circuito. Classe quinta, coppia di genitori che inveisce. Uno dei due rifila un ceffone alla maestra. Lei non reagisce, gli alunni piangono. Venti giorni di prognosi, il web si indigna. Con il solito copione della cronaca nera. Che, dopo il clamore delle prime ore e non più di qualche giorno, lascia le cose allo stesso, identico posto. Mentre, quasi sempre sull’onda della notizia, ne esce un’altra che fa meno rumore ma che va al traino della prima. E così, ecco che trapela un altro caso.

Diverso istituto comprensivo, per fortuna non si arriva alle mani. Ma all’aggressione verbale, quella sì. I genitori salgono in classe, verificano che il proprio figlio non è seguito a loro dire come meriterebbe il suo stato psico-fisico e si rivolgono con toni decisi alla dirigenza scolastica. A torto o a ragione, almeno in questo caso hanno seguito la trafila corretta.  Individuate le presunte carenze hanno chiesto lumi e giustizia a chi, di dovere, ha il compito e l’autorità di vigilare. E, nel caso, di intervenire. Ci si chiede però perché. Due “blitz” nelle aule a distanza di pochi giorni sono un indizio. E un segnale, tutto da interpretare. Prima che succeda di peggio.

Rita Cacciami

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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