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L'Abate Ogliari benedice la Terra Sancti Benedicti L'Abate Ogliari benedice la Terra Sancti Benedicti

Montecassino, l'Abate Ogliari benedice la Terra Sancti Benedicti dalla loggia

Una Abbazia avvolta nel silenzio quella di questo 21 marzo in cui ogni evento è stato necessariamente annullato per far fronte all’emergenza sanitaria in atto in tutto il Paese. In un momento in cui ciascuno è chiamato a stare nella propria abitazione, la Comunità monastica di Montecassino ha voluto che la Celebrazione Eucaristica delle 10.30 fosse condivisa attraverso il canale televisivo che entra nelle case di tutti gli abitanti della “Terra Sancti Benedicti”: l’emittente Tele Universo la trasmetterà sia questa sera alle 18.30 sia domani, domenica 22 marzo alle 11.30 e sarà poi possibile vederla sui canali web dell’Abbazia.

Alle ore 12.00 L’Abate Donato, accompagnato dal suono delle campane ha benedetto la città di Cassino, la Terra Sancti Benedicti, l’Italia, l’Europa e il mondo intero con la reliquia del santo Patrono, affidando tutti alla sua protezione. E lo ha fatto dalla loggia, rivolgendosi al territorio intero.

Ecco il testo integrale dell'omelia pronunciata da Padre Donato: 

«A motivo dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, anche la solenne celebrazione per la festa di S. Benedetto, anziché nella Basilica Cattedrale di Montecassino, ha luogo in questa Cripta, che si trova a ridosso del sepolcro che contiene i resti mortali del Santo Patriarca. Al di là del contesto esterno, va da sé, tuttavia, che l’Eucaristia vive e palpita di luce propria, una luce che proviene da Dio stesso, e nella quale noi entriamo attraverso l’umile e docile partecipazione del cuore, della mente e del corpo. Quella luce è dunque presente anche qui e ora in tutto il suo splendore, nel dono della Parola e in quello ancor più mirabile del corpo e sangue del Signore, presenza tangibile di lui in mezzo a noi.
 

Nel brano delle “beatitudini” appena proclamato, Gesù ha dichiarato “beati”, cioè “felici”, i poveri in spirito, coloro che sono nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia.
Secondo una logica umana, sembra paradossale che le situazioni delineate da Gesù possano essere fonte di felicità, soprattutto per quelle categorie di persone che sono nel pianto e nel dolore, o che sperimentano l’ingiustizia e la persecuzione. E tuttavia, Gesù ci assicura che anche le situazioni più difficili o drammatiche – se vissute alla luce della fede e col cuore dilatato dalla speranza – possono diventare occasione di “beatitudine”. Come?
Va detto innanzitutto che noi esseri umani siamo un fascio di desideri, di aspettative e di speranze, tenuti in vita e costantemente alimentati dal progresso e dalle conquiste sempre più raffinate e mirabolanti della tecnica. Da un lato, ciò può generare in molti la convinzione che possiamo bastare a noi stessi, e che sia sufficiente confidare nelle nostre capacità per dominare il presente e rendere il futuro sempre più prevedibile e manipolabile. Dall’altro lato, però, un tale convincimento può aprire la strada alla delusione e alla sfiducia, quando, di fronte alle prove improvvise della vita, si è costretti a constatare che le nostre conquiste, per quanto stupefacenti, non bastano ad assicurare da sole una felicità duratura e senza intoppi. Lo stiamo sperimentando anche in questi giorni con l’emergenza globale che stiamo vivendo e che sta scombussolando le nostre abitudini e minacciando la nostra serenità, per non parlare della sofferenza e del dolore che essa ha provocato in molte famiglie che piangono la perdita dei propri cari.

 

Su questo sfondo, ci chiediamo: che cosa ci offre in più la speranza cristiana, rispetto alle tante speranze umane che connotano la nostra vita di ogni giorno?
Va subito precisato che la speranza cristiana non esclude dal suo orizzonte quelle speranze umane che ci accompagnano nel nostro cammino quotidiano. Tutti speriamo, ad esempio, che le relazioni familiari siano serene, che ci si voglia bene, ci si comprenda e ci si sostenga reciprocamente; tutti speriamo di trovare un lavoro dignitoso attraverso il quale esprimere le nostre qualità e realizzarci; tutti speriamo che la solidarietà, la giustizia e la pace tra gli individui, le comunità e le nazioni non rimangano una semplice utopia; tutti speriamo che scompaiono la violenza e la guerra e si possa realizzare una fratellanza universale.


Tuttavia, pur inglobando in sé tutte queste aspirazioni, la speranza cristiana va oltre e le supera, spronandoci ad ancorarle in un punto di unificazione superiore, in una parola, in Dio. Più specificamente, «riporre in Dio la nostra speranza» – come ci invita a fare anche san Benedetto (RB 4,41) – significa fissare lo sguardo su Colui che di Dio è il volto umano, Gesù (cf. Tt 2,13). In Lui, morto e risorto per noi, ci nutriamo di una speranza incorruttibile, la quale – pur non distogliendoci dalla realtà talora ardua e difficile – ci aiuta a guardare oltre con fiducia, certi di poter sempre contare sull’amore misericordioso di Dio che egli, Gesù, ha reso per sempre visibile e operante in mezzo a noi. È in questo senso che anche san Benedetto esorta vivamente i suoi monaci a «non disperare mai della misericordia di Dio» (RB 4,74). Essa non ci abbandona mai!
Per sottolineare il ruolo fondamentale giocato dalla virtù cristiana della speranza, e l’audacia che la contraddistingue, lo scrittore francese Charles Péguy ha usato un’immagine molto suggestiva ed eloquente.


Egli ha descritto la speranza come una bambina che cammina tra le due sorelle più grandi, la fede e la carità, e che, perdendosi tra le loro gonne, quasi non si nota neppure. Tutti credono che siano le due sorelle grandi ad accompagnare la piccola tenendola per mano, e invece è lei, nel mezzo, che si trascina dietro le due sorelle maggiori, la fede e la carità, perché – annota Péguy – «la Fede vede quello che è, la Speranza vede quel che non è ancora e che sarà. La Carità ama quello che è, la Speranza ama quel che non è ancora e che sarà».
Poi Péguy fa parlare Dio in prima persona:
«La virtù che più amo, dice Dio, è la speranza. La Fede non mi sorprende: io risplendo talmente nella mia creazione, nel sole e nella luna e nelle stelle, nell’universo delle mie creature e nell’uomo, mia creatura, e soprattutto nei bambini. Neppure la Carità, dice Dio, mi sorprende: queste povere creature sono così infelici che, a meno di avere un cuore di pietra, come potrebbero non avere carità le une per le altre? Ma la Speranza, dice Dio, la Speranza, sì, che mi sorprende. (…) Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio. Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina. Questo sì che è sorprendente, ed è certo la più grande meraviglia della mia grazia. (…) E dev’essere perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile. Perché sgorga da una sorgente come un fiume inesauribile» (da Il portico del mistero della seconda virtù).
Questo fiume inesauribile di grazia e di misericordia è ciò che consente alla speranza cristiana di non venir mai meno, e di continuare ad illuminare il nostro cammino di quaggiù. .

Tuttavia, occorre aggiungere che nel mentre ci sospinge a guardare in avanti con fiducia, la speranza cristiana sa anche farci convivere con la pazienza. Anche quando ci fa intravede ciò che speriamo, essa ci dà la forza di attendere con pazienza il suo inverarsi. Come esorta l’apostolo Giacomo:
«Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi e rinfrancate i vostri cuori» (Gc 5, 7-8a).
Ma è soprattutto nelle prove e nelle sofferenze della vita che la pazienza diventa stretta alleata della speranza, facendo sì che la forza propulsiva di quest’ultima non ne esca fiaccata o minata. Ecco perché l’apostolo Paolo può scrivere:
«Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni – scrive Paolo –, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (Rom 5,3a-4).
Sì, la pazienza è il cantus firmus della speranza, perché permette alla sua luce di rimanere inalterata, così che possiamo continuare a guardare al futuro con fiducia, anche nel bel mezzo delle prove della vita, certi che il Signore sa trarre da esse frutti di conversione e di bene.

Affidiamoci all’intercessione di S. Benedetto, Patrono di Cassino e d’Europa, affinché, il vivo senso di responsabilità e vigilanza con cui ci è chiesto di affrontare questo difficile frangente, sia sempre accompagnato da una speranza ricca di pazienza e di fiducia.
Ci sostenga e ci accompagni la mano provvida del Signore, e il manto materno di Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, ci avvolga e ci consoli.
E tu, san Benedetto, prega per noi, benedici e proteggi la nostra città di Cassino, la Terra sancti Benedicti, l’Europa, il mondo intero. Così sia».

 

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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