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Storie dal Coronavirus, dal parroco di Gandino al nonno-elefante cosi' il gesto estremo salva la vita ai giovani

Don Giuseppe Berardelli era l’arciprete di Casnigo, un paesino della Val Gandino, in provincia di Bergamo. Quando si era ammalato di coronavirus, i parrocchiani gli avevano regalato un respiratore, ma lui, settantaduenne ricoverato nell’ospedale di Lovere, lo aveva ceduto a un giovane paziente che aveva maggiori probabilità di vivere. Così è stato. Gli articoli dei giornali dicono che i parrocchiani, non potendo partecipare al suo funerale, si sono affacciati ai balconi e alle finestre per applaudire.

Questa storia ci indica almeno due verità. Una è che esiste ancora la civiltà cristiana nelle sue manifestazioni più eroiche. L’altra è che la dimensione epica, anche nei momenti di maggiore smarrimento come questo in cui siamo immersi, non solo scuote il senso di fragilità, disseminato ovunque dalla paura, ma vince di gran lunga la sfida sulla cronaca, la scavalca e si proietta disegnando il tempo di dopo.

Penso al giovane che si è salvato: come si sentirà quando tutto sarà finito e gli toccherà riprendere quella che noi adesso continuiamo a chiamare normalità, pur non sapendo come sarà fatta? Certo dovrà gestire i sentimenti di gratitudine, di riconoscenza e da qualche parte, nel suo futuro, esisterà perfino un tassello di vita intitolato al nome del sacerdote. Ma se volessimo andare oltre il tema del debito, se provassimo a vedere nel coraggio del parroco non soltanto un atteggiamento di coerenza nei confronti dell’abito che indossava, ma una narrazione, un linguaggio, dovremmo ammettere di essere di fronte a una specie di poema sacro, al quale sono stati convocati i due protagonisti e gli operatori sanitari.

Il gesto del parroco ha i contorni di una sacra rappresentazione perfettamente in linea con il clima di una Pasqua ormai alle porte ma a cui pochi pensano. C’è il sacrificio, c’è l’olocausto, ci sono i testimoni, c’è lo scambio vita-morte per la salvezza di qualcuno. Il valore epico sta nella riservatezza che circonda di silenzio la scelta e inscrive l’icona del patire nella cornice del tragico.

Don Berardelli ricorda il nonno-elefante, un personaggio leggendario e misterioso intorno a cui Elio Vittorini, nel 1947, costruì il romanzo Il Sempione strizza l’occhio al Frejus. Il libro contiene una sua simbolica semplicità. Una famiglia milanese vive la povertà dell’immediato secondo dopoguerra, il cibo scarseggia come il lavoro e la disoccupazione costringe a cibarsi di verdura raccolta nei prati. Con loro, in casa, abita un nonno dalla corposità mitologica - il testo dice che è stato lui a costruire le Piramidi, Babilonia, la Muraglia cinese - e perennemente in lotta con la fame, tanto da consumare il fabbisogno giornaliero degli altri. Il nonno ascolta i discorsi preoccupati che vengono pronunciati sottovoce dal resto della famiglia, comprende che la sua vita è un ingombro difficile da gestire e un mattino, all’insaputa degli altri, non si fa più trovare in casa.

È uscito per non tornare più. Tutti si interrogano dove sia, lo cercano, ma non lo trovano. Solo una persona, sua figlia, capisce che si è allontanato volontariamente per liberare la famiglia del suo peso e andare a morire, come fanno gli elefanti, in qualche luogo dove nessuno li vede. In un’Italia che cercava la strada della ricostruzione, la storia narrata d Vittorini rappresentava un crocevia di significati simbolici: i vecchi sceglievano di mettersi da parte, esattamente come ha fatto l’arciprete di Casnigo, per dare la vita ai giovani, ai quali era giusto che si spalancasse il miracolo degli anni a venire.

Ma pure questa storia, ambientata nei prati di Lambrate, aveva i contorni di una sacra rappresentazione con tanto di olocausto e testimoni. Non importa che ce l’abbia raccontato uno scrittore laico ma convinto assertore di un ritorno all’uomo. Non a caso, pubblicando il suo romanzo, Vittorini si era sentito in dovere di specificare in una nota: «Discorso sulla morte avrei potuto chiamare il libretto. O al contrario: Sull’importanza di vivere».

Giuseppe Lupo

scrittore, saggista e docente universitario

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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