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"In prigione per il Covid-20". Sulla scia di Silvio Pellico

In questo periodo di clausura mi sono visto costretto, come tanti altri, a restare chiuso in casa. Ed ho provato una sensazione non proprio gradevole che avevo dimenticato, anche perché dai tempi della Folgore ne è passata di acqua sotto i ponti. Finita quell’esperienza traumatica, accantonata la scure oppressiva delle costrizioni, ebbi modo di apprezzare molto di più la bellezza inebriante della libertà. Oggi mi sento di nuovo addosso quella divisa e mi vedo costretto a osservare divieti e prescrizioni molto limitanti. E così siamo tutti qui, in piena emergenza Covid-19, ad interrogarci sul divano di casa quando tutto questo avrà fine. Passato lo sgomento dei primi giorni ho pensato a come impiegare il tempo (non ne ho mai avuto così tanto in vita mia…) senza deprimere troppo il mio equilibrio mentale già messo a così dura prova. E allora, chissà perché, mi è venuto in mente Silvio Pellico e la tetra fortezza dello Spielberg, in Moravia, retaggio dei miei studi classici. In quel lugubre carcere lo scrittore piemontese rimase chiuso otto anni e una volta riacquistata la libertà scrisse “Le mie prigioni” il suo capolavoro letterario. Scimmiottando il grande Pellico, pur senza averne la raffinatezza espressiva, mi è venuto in mente di scrivere una rubrica, a cadenza variabile (ossia quando i “cabasisi” non mi girano troppo, per dirla alla Montalbano) dal titolo “ prigione per il Covid 20”. Dove il numero finale non vuole indicare una progressione matematica del virus (il buon Dio ce ne liberi) ma soltanto l’indicazione dell’anno in corso, anno che più bisestile di così non avrebbe potuto essere. somma una cronaca dalla dorata prigione di Caprile dove tra studi, articoli, letture, telefonate, improbabili imprese culinarie (bisogna pur mangiare…) e giramento planetario di sfere, sto trascorrendo la mia quarantena in beata solitudine, ben al di là di qualsiasi distanziamento sociale. Una cronaca che è riempita soltanto dal trillo del telefono e, soprattutto, da sua maestà la televisione, quella magica scatola capace con il suo perenne gracchiare di farti andare su di giri oppure di immergerti nel pessimismo più cupo di cui persino Leopardi ignorava l’esistenza. In tv, fino a ieri, seguivo le partite di calcio o gli altri eventi sportivi. Oggi sono diventato esperto di tutti i programmi e di tutte le reti. E l’idea di scrivere questa specie di rubrica mi è venuta proprio bighellonando con il telecomando (che grande invenzione) e cambiando un canale dopo l’altro, alla disperata ricerca di qualcuno che non parlasse del Coronavirus. Impresa vana. E così, dopo giorni di disperati tentativi, mi sono arreso. Ma nel frattempo, mio malgrado, avevo raggiunto un grado di conoscenza del fenomeno da far impallidire gli esperti. E allora eccomi qui, pronto a discettare del virus, anzi del Coronavirus. Ma non da scienziato o da infettivologo: oggi in Italia se contano tanti milioni, veri o presunti che siano. Ma da teleutente, come si diceva qualche tempo fa. La prima puntata della rubrica già l’ho concepita, almeno mentalmente: parlerò delle autorizzazioni per gli spostamenti che lievitano di giorno in giorno come nostro Signore fece con i pani e con i pesci. Abbiate soltanto un po’ di pazienza e leggerete il tutto. Quando? Questa si che è una bella domanda. E, alla stessa stregua degli scienziati che, giornalmente interpellati su quando la curva dei contagi comincerà a flettere rispondono evasivamente, io vi dico soltanto di avere pazienza. Anche perché quei “cabasisi” di cui sopra non potranno roteare in eterno.                                                                                                                                     (I puntata – continua)

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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