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La dottoressa Ilaria Quattrociocche La dottoressa Ilaria Quattrociocche

Si avvicina il momento di uscire. Dalla nostra 'zona di comfort'

Come ogni domenica, anche oggi la dottoressa Ilaria Quattrociocche, laureata in Psicologia applicata, clinica e della salute presso l'università de L'Aquila e laureanda in scienze pedagogiche presso l'Unicas, ci invita a qualche riflessione 'salutare' in tempi di Covid. 

«C’è una trappola nella vita di ogni persona ai tempi del COVID19. Questa insidia può bloccare il nostro percorso di ritorno alla normale quotidianità. La  trappola si chiama “zona di comfort” e mi piace introdurla attraverso una breve storia.

“Una volta un re ricevette in regalo due magnifici falchi. Erano falchi pellegrini, gli uccelli più belli  che avesse mai visto. Diede i suoi preziosi falchi al suo capo falconiere per allenarli. I mesi passarono e un giorno il capo falconiere informò il re che, anche se uno dei falchi era maestosamente volato altissimo nel cielo, l’altro uccello non s’era mosso dal suo ramo dal giorno in cui era arrivato. Il re convocò guaritori e stregoni da tutte le terre per prendersi cura del falco, ma nessuno riuscì a farlo volare. Avendo provato ogni cosa, il re pensò tra sé e sé che forse era necessario qualcuno che conoscesse meglio la campagna per capire la natura di questo problema. Così chiese di farsi portare a corte un contadino. In mattinata il re fu felicissimo di vedere il suo falco volare alto sopra i giardini del palazzo e convocò subito la persona artefice del miracolo. La corte velocemente andò dal contadino e lo accompagnò al cospetto del re. Il re quindi gli chiese come avesse fatto a far volare il falco. Con la testa inchinata il contadino disse “è stato molto facile sua altezza, ho semplicemente tagliato il ramo su cui l’uccello era seduto”.

Morale: siamo tutti nati per volare, per sprigionare l’incredibile potenziale che possediamo come esseri umani. E, ora, può capitare che vogliamo restare seduti sui nostri comodi rami casalinghi, abbarbicati alle cose che per noi sono familiari e che rappresentano la nostra sicurezza perché ci consentono di mantenere il virus “fuori”. La nostra casa (comfort zone) ha preso le sembianze di uno spazio in cui adagiarsi perché ci si sente al sicuro, protetti e lo stress ed i rischi sono ridotti al minimo, facendoci esperire uno stato di confortante sicurezza mentale. La zona di comfort crea allora dei confini invisibili, oltre ai quali potremmo non sentirci più liberi di andare, come prima, perché l’ansia potrebbe aumentare, i rischi si avvertirebbero più forti e le certezze non esisterebbero più.

Le comfort zone possono essere gabbie invisibili. Così come il falco della storia non aveva una gabbia, ma nonostante questo non riusciva a sperimentare la libertà e viveva avvinghiato al suo ramo, lo stesso può essere per noi se la paura ci impedirà di “spiccare il volo” post Covid. Ciò che ci può tenere bloccati in quest’area è la paura.

Ma voglio ricordare che la paura, emozione primaria, è nostra amica. È un campanello d'allarme che ci aiuta a reagire di fronte a potenziali pericoli, attivando il corpo e la mente perché elaborino le risorse necessarie ad affrontare una minaccia o a evitarla, oltre che a prevenirla. Quindi, anche di fronte a un' emergenza come la diffusione dell'infezione da COVID-19, avere paura è assolutamente normale e salutare. Questo pericolo ha creato un ambiente intorno a noi corroborato di ansia e stress, rendendoci, almeno temporaneamente, tutti fobici per necessità. 

Ma “le paure non devono diventare eccessive e incontrollate, soprattutto di fronte ad una pandemia, in cui l'invisibilità del nemico può scatenare forti reazioni e portare al panico. E neppure si devono trasformare in fobie, che si traduce in condizionamento potentissimo alla nostra libertà di agire”, come sostiene il Professore e Psichiatra Giampaolo Perna.

Quindi non dobbiamo certo dimenticare che domani, quando usciremo dai nostri nidi, le possibilità fuori di casa sono ancora infinite e possiamo imparare di nuovo ad esplorarle, seppure con nuove modalità e comportamenti. Infatti se ci conformiamo alla familiarità, al comfort e all’ordinario si corre rischio che le nostre vite diventino mediocri, invece che di nuovo eccitanti ed emozionanti.

La vita inizierà di nuovo al di là della nostra attuale zona di comfort.

E questo è possibile perché la paura si può gestire, avendo innanzitutto informazioni corrette, sia in merito al pericolo del virus in sé, quindi infezione, modalità di contagio, rischi per la salute e per l’economia, ma anche informazioni sulle emozioni che irrompono nei nostri vissuti. Certo, queste non sono emozioni piacevoli e provocano forte disagio, ma possiamo utilizzare la loro energia convogliandola per sperimentare comportamenti che ci possono salvare, fisicamente e psicologicamente.

Non esiste una ricetta per diventare coraggiosi e far sparire la paura, ma possiamo tentare di comprendere tutte queste emozioni anche nelle loro manifestazioni sgradevoli, portarle alla nostra attenzione e facendole emergere per poter così meglio osservarle nelle loro strutture e meccanismi di azione, così da cogliere meglio quando esse sono ancora funzionali al nostro adattamento all’ambiente in convivenza con Covid, oppure quando cominciano a limitare le nostre libertà, in modalità ben più prepotenti di un decreto, impedendoci di uscire anche quando potremmo farlo. Se questi vissuti emotivi cominciano ad impedire i nostri percorsi di reintegro alla vita fuori casa, allora questo “modus” sta diventando una patologia, in ambito clinico definita fobia, che richiede l’intervento di un professionista. 

Organizziamoci allora per superare quelle che probabilmente saranno le nostre paure: possiamo imparare ad accettarle, quindi possiamo trovare le modalità per gestirle così da avere le capacità per affrontarle al meglio, indirizzando tutte le nostre risorse interiori e tutto il nostro potenziale per vivere al meglio quello che sarà ancora un momento difficile. Perché come anche lo scrittore statunitense John A. Shedd scrisse Ogni nave in porto è sicura. Ma questo non è lo scopo per cui è stata costruita».

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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