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Cosa resterà di questa quarantena (quello che i virologi non dicono)

Un dramma dopo l’altro, abbiamo vissuto settimane tra depressione ed euforia, alternando fasi compulsive ad altre molto down. Anzi, lockdown. Chiusi a chiave
come adolescenti in un bagno. E pizzicati a fumare con la finestra aperta. Ora che cominciano a togliere qualche paletto, pochi in realtà ché il libero arbitrio è cosa pericolosa assai, è tempo anche di consuntivi.

I maschi potranno dire di aver capito finalmente che Coccolino non è solo un ammorbidente. E che Wc Net non è uno stura water. Ma solo dopo aver sostato ore davanti allo scaffale dei detersivi con la foto fatta a casa. Quella che sembra non corrispondere a nulla di quelle centinaia di bottiglie che sembrano tutte uguali. E maniacalmente simili nel nome e nel colore. Per fortuna altri esemplari maschili si aggiravano nei pressi, sempre con lo smartphone come catalogo.

Niente, neanche loro hanno avuto maggior fortuna prima di due settimane di tentativi maldestri. Ripiegando sul pacco famiglia di carta igienica maxi. Serve sempre e confonde le idee. C’è chi addirittura guardava desolato il carrello e chiamava ininterrottamente la consorte. Sembra che la moglie voglia lavare i piatti solo con il profumo al melograno. Ma i panni con il vetiver. Lui ha confuso tutto e ha preso un bagno schiuma. Meglio di niente, si dirà.

E che dire del lievito di birra. O meglio, del vuoto che ha lasciato per oltre 21 giorni nel banco frigo? Un’assenza che ha destato grande preoccupazione, quasi quanto quella della sua compagna farina. Fino a quando non è comparsa un’inedita, enorme confezione da mezzo chilo. Noi, abituati al consueto, rassicurante ‘cubetto’, siamo rimasti traumatizzati. Chissà. Forse per sempre. Destinati a impastare pane, infornare pizze e cuocere calzoni. Così, come ora. Come se non ci fosse un domani.

Rita Cacciami

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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