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Montecassino e Cassino

L'Abate di Montecassino parla del 'lockdown' che ci stiamo lasciando alle spalle

L’abbazia di Montecassino, luogo di fede e patrimonio storico-artistico di inestimabile valore a livello mondiale, è anche il “rifugio” silenzioso in cui meditare in determinati momenti della propria esistenza. E’ accaduto a molti di noi, infatti, di raccogliere le idee o di cercare una  risposta interiore in quel monastero che dall’inizio dell’emergenza è, purtroppo, inaccessibile come tutti i luoghi di culto, i musei, i preziosi emblemi del nostro Paese. E proprio in questo particolare periodo abbiamo voluto che fosse Dom Donato Ogliari a spiegare, dal suo osservatorio privilegiato, di abate e di studioso, il significato e gli effetti di questo periodo inedito di “chiusura” totale.

Raramente abbiamo potuto sperimentare una tale quantità di rinunce affettive, emotive, materiali, economiche. Cosa insegna questa pandemia, a prescindere dal credo religioso di chi la vive?

«Credo che questa emergenza sanitaria ci insegni innanzitutto a guardare con sano realismo, e anche con un tocco di umiltà, alla vera natura delle cose, a cominciare da quella dell’essere umano. Quest’ultimo, grazie alle stupefacenti conquiste della scienza e della tecnica, si è sempre più rivestito di una sorta di “delirio di onnipotenza”, come se fosse in grado di risolvere – o di prevenire – qualsiasi problema gli si parasse davanti. E invece è bastato un virus invisibile per ricondurci a riconoscere che la nostra natura umana è, per suo statuto, fragile e limitata, e che il tenore di vita e le libertà a cui eravamo abituati possono essere d’improvviso sospese o compromesse. Un altro insegnamento che ci proviene dall’attuale crisi pandemica è che la tanto decantata globalizzazione non rappresenta solamente una ghiotta prospettiva per l’economica di mercato, ma mette in luce anche un sistema connettivo di cui i popoli e le nazioni del nostro pianeta non possono fare a meno. E il fatto di essere tutti interconnessi dovrebbe portarci – soprattutto in tempi di calamità – a superare le differenze e gli egoismi nazionali e ad affrontare uniti la comune minaccia in nome dell’appartenenza all’unica umanità. Ciò significa anche un’attenzione particolare per chi è fragile, povero, solo, emarginato, senza trascurare i tanti drammi, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze e le guerre che – indipendentemente dalla pandemia in atto – si consumano quotidianamente nei quattro angoli della terra. Non va poi dimenticato che esiste un’interconnessione anche tra noi e il creato. Purtroppo si tratta di un rapporto che spesso l’essere umano declina da una posizione di predominio, perseguendo uno sfruttamento violento delle risorse della terra senza tener conto dei delicati ecosistemi che la compongono e che sono essenziali alla vita in generale. I cambiamenti climatici sono la conseguenza più immediata e ovvia, ma – come ci dicono gli scienziati – anche la crisi sanitaria scatenata dall’attuale pandemia ha essa stessa radici ambientali, nel senso che è stata favorita dallo stravolgimento causato dall’attacco indiscriminato alla biodiversità del nostro pianeta. Anche questo aspetto dovrebbe farci riflettere sul fatto che non attraversiamo questo mondo per impossessarci avidamente delle sue ricchezze guidati dalla sola logica del profitto, ma per vivere in armonia con esso e consegnarlo migliore a chi viene dopo di noi. Mi auguro, dunque, che le multiformi rinunce a cui siamo costretti dall’attuale pandemia, ci spingano ad adottare uno sguardo nuovo sulla realtà, per coglierne il senso profondo, e a ripartire con l’impegno a ricercare ciò che è essenziale e che ha veramente valore rispetto a ciò che è effimero e superfluo, innescando processi virtuosi a livello relazionale, con il nostro prossimo innanzitutto, e poi con le cose, con le attività quotidiane, con la realtà che ci circonda e con quella “casa comune” che è il creato, che dobbiamo salvaguardare per il nostro stesso bene».

Il distanziamento sociale ha svuotato le chiese. La rete internet e ‘la fede a domicilio’ sono davvero le nuove frontiere, al di là dell’emergenza?

«In tempi di emergenza si adottano schemi di vita diversi da quelli a cui si era abituati in condizioni di normalità. Non meraviglia, dunque, che tra le tante rinunce vi sia anche quella della partecipazione fisica alle attività di culto. E anche qui, come per altre realtà – si pensi alla didattica online o allo smart working – il mondo ecclesiale, si è mobilitato per sopperire alla mancanza delle celebrazioni liturgiche, ricorrendo ad un utilizzo massiccio delle emittenti televisive e radiofoniche, e delle varie piattaforme digitali. Tuttavia, al riguardo, va operata una distinzione di fondo. Da un lato vi è il percorso di formazione alla fede che può senz’altro essere sostenuto e accompagnato dal ricorso al mondo multimediale, facilmente usufruibile anche “a domicilio”. Ciò in parte avveniva anche prima della pandemia; si pensi a programmi di formazione, conferenze, filmati, catechesi, offerti tramite internet, o alle Messe teletrasmesse per la persone inferme e anziane, etc. Questo tipo di offerta formativa continuerà senz’altro anche dopo l’emergenza sanitaria, e probabilmente conoscerà nuove iniziative. Dall’altro lato vi è la necessità di vivere la fede cristiana anche nelle sue varie espressioni concrete, che vanno dalla testimonianza di una carità fattiva, aperta alla prossimità, alla solidarietà e alla condivisione, fino alla partecipazione alle celebrazioni liturgiche. La Chiesa, in quanto prolungamento del “corpo di Cristo” nel tempo e nella storia, ha, per così dire, una sua “consistenza corporea” che si attua e si rende presente soprattutto nella partecipazione fisica dei suoi membri alla celebrazione dei sacramenti – in particolare quello dell’Eucaristia – e nella condivisione concreta della vita di fede ai vari livelli. Questo aspetto è essenziale e non può essere eluso o accantonato, pena la scomposizione della natura stessa della Chiesa. Perciò, appena possibile, le comunità ecclesiali torneranno a riunirsi per vivere e celebrare insieme quei misteri della fede dalla quale traggono sostentamento per edificare insieme la civiltà dell’amore in questo nostro mondo.

Tutti abbiamo visto le immagini inedite in cui Lei il 21 marzo ha impartito la benedizione alla Terra Sancti Benedicti dalla Loggia. Posso chiederLe cosa ha provato in quel momento di tale intensità?

«Data l’impossibilità di celebrare solennemente la festa di S. Benedetto, Patrono di Cassino e dell’Europa, con quella benedizione impartita dalla loggia dell’abbazia si voleva assicurare la vicinanza del santo Patrono in questo momento di grave emergenza sanitaria. Voleva dunque essere un gesto di prossimità, che si è poi trasformato anche in un momento di grande intensità sia spirituale sia emotiva. Prima di invocare la benedizione del Signore tramite l’intercessione di S. Benedetto, ho, infatti, istintivamente avvertito il bisogno di socchiudere gli occhi e sostare qualche attimo in silenzio. Non era tanto un silenzio finalizzato a quello che avrei voluto dire, quanto un silenzio carico di significato spirituale, espressione della consapevolezza che in quel momento stavo per varcare la soglia del mondo di Dio per affidargli, come umile successore del santo Patriarca e tramite la sua potente intercessione, questa nostra Terra Sancti Benedicti. E poi, l’utilizzare la reliquia di S. Benedetto nel mentre benedicevo la città di Cassino (di cui mi sento un cittadino a pieno titolo) e la terra che lui e i suoi monaci hanno fecondato col Vangelo, è stato anche un modo per esprimere l’affettuosa e orante vicinanza che la nostra Comunità monastica continua a rivolgere a tutti coloro che abitano questo lembo di terra benedetto da…S. Benedetto».

DA L'INCHIESTA DI SERA DI MERCOLED' 23 APRILE 2020

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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