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La dottoressa Ilaria Quattrociocche La dottoressa Ilaria Quattrociocche

La crisi, il lavoro, la speranza di un futuro migliore

A poche ore dalla riapertura delle attività dopo il lockdown, parliamo di lavoro grazie alla dottoressa Ilaria Quattrociocche, laureata in Psicologia applicata, clinica e della salute presso l'università de L'Aquila e laureanda in scienze pedagogiche presso l'Unicas.

«Ho incontrato un uomo. Negli occhi lacrime. La sua voce tremore misto di  frustrazione e senso di impotenza. Vendeva mele, un lavoratore. Gli chiedo: “come stai?”, mi risponde: “Male. Non mollo perché ho una famiglia, ho una responsabilità.” Questo il grido di un diversamente vittima del covid, un grido più comune di quanto si creda. Questo coronavirus non aggredisce solo il nostro organismo, ma ha determinato un popolo destabilizzato, ancor più di quanto già non fosse, anche da un punto di vista economico. Questa è la storia, oggi, di molti, anche di quelli che non hanno contratto il virus.

Viviamo un momento di grande incertezza, dopo un blocco totale della maggior parte delle attività grandi e piccole. E una delle dimensioni con cui dobbiamo fare i conti è la paura di non riuscire a ripartire e perdere il lavoro. Ma è un timore che dobbiamo affrontare senza perdere di vista la vera priorità: proteggere la nostra salute, quella dei nostri cari e contenere la diffusione del Covid-19. Di fronte a un’emergenza di questa portata c’è solo una risposta che potrebbe attutire i danni: un’azione coordinata, decisa e immediata di tutti gli Stati. Al momento tutti i Paesi stanno attivando misure volte a fornire protezione sociale. Ma questo mio spunto di riflessione vuole essere una veranda che mostra scenari in ambito psicologico, una indagine sul significato del lavoro per l’uomo. Un breve excursus su qual è la funzione del lavoro per l’uomo, attraverso cui si struttura una identità sociale e culturale. Un “lavoro” è un uomo che si esprime, che si costruisce e che salda i suoi valori per integrarsi nella società, quella società che per istinto lo vuole “animale sociale e assolutamente incapace di vivere isolato dagli altri” (Aristotele).

E’ noto come il lavoro sia alla base di una molteplicità di cose: consente la sussistenza primaria, permette decenti condizioni di vita, soddisfa (quando possibile) il desiderio di acquistare beni superflui, o di concedersi piaceri vari e svaghi. Il denaro permette anche di pagare le tasse, per avere intorno a sé quello che è pensato come un sistema di protezione sociale, che si interessa dei cittadini e che li soccorre nei momenti di difficoltà, migliorando la qualità della loro vita.

Ma il lavoro, a livello personale, rappresenta qualcosa di ancor più importante.

Coerentemente con gli ideali della pólis aristotelica, la necessità che l’uomo ha di associarsi con gli altri uomini non è determinata solo da cause materiali (come la difesa personale, il procurarsi nutrimento e garantire la procreazione), ma soprattutto dal fatto che, come individuo singolo al di fuori della comunità, l’uomo non potrebbe mai realizzare la sua più intima natura, cioè lo sviluppo e l’esercizio della ragione.

Secondo alcune teorie di psicologia umanistica per l'essere umano il lavoro è un istinto, una pulsione, un bisogno, quasi come il mangiare, il bere, il fare l'amore. Ed è proprio questa forza istintiva, innata e vitale quella che viene messa in campo, nelle società di ogni epoca e luogo, quella forza che ci consente di soddisfare quelli che sono i bisogni più alti, quelli di autorealizzazione, autoefficacia, creatività, autostima, il sentire di essere utili per sé e per la propria famiglia (A. Maslow).

Ciascuno di noi è portato ad esercitare le proprie capacità, le proprie competenze, i propri talenti. Tutto ciò lo si fa per raggiungere qualcosa di apprezzabile, a livello personale, ma soprattutto sociale. L'apprezzamento sociale è infatti fondamentale, perché è in gran parte attraverso di esso che la persona costruisce la sua autostima (se non si tenesse conto del giudizio degli altri, ma solo delle proprie autovalutazioni, saremmo con tutta probabilità di fronte ad una sorta di delirio). Per questo si può dire, a voce alta, che il lavoro dà la dignità. Sentirsi capaci di fare qualcosa che gli altri apprezzano riempie di significato la propria vita, permette alla persona di avere considerazione di sé e induce a mettere in atto dei comportamenti responsabili, misurati, equilibrati.

Spesso, troppo spesso, però c’è chi perde un lavoro e c’è anche chi non lo trova affatto. E chi non lavora, molto più frequentemente di quanto si possa immaginare, può sviluppare una patologia che è stata definita Hopelessness Depression, letteralmente “depressione da perdita della speranza” (Abramson, Lyn Y.; Metalsky, Gerald I.; Alloy, Lauren B., 1989).  La persona  ritiene che nulla si possa fare per modificare la sua situazione. Tra i sintomi osservati ci sono aspettative negative riguardo al futuro, mancanza di energie, apatia, rallentamento psicomotorio, mancanza di motivazione ad agire, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, bassa autostima, tendenza alla dipendenza, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio.

Ecco allora perché è importante, in questo periodo di crisi, che non solo si creino tutti i posti di lavoro possibili, ma anche che si riesca a mantenere viva la speranza di un futuro migliore, che si percepisca l'impegno comune, dei ricchi e dei meno ricchi, dei potenti e dei meno potenti, dei lavoratori del braccio e di quelli che lavorano con la mente, per uscire da questo oscuro e soffocante momento. Ciò è importante non solo perché, dopo la crisi, grazie al lavoro e a tutte le sue varie implicazioni, il tempo e la qualità della vita tornino ad essere accettabili, ma anche perché il presente non perda di significati, sempre tenendo a mente che questa, crisi o non crisi, è l'unica vita che abbiamo da vivere».

 

 

 

 

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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